Ad Agosto, nel mese in cui non si annuncia niente perché tutti sono distratti, annichiliti dal caldo e/o in vacanza, ho annunciato che da Settembre avrei avviato un gruppo di autocoscienza maschile nel mio studio a Roma, ogni primo martedì del mese. Ho messo 20 biglietti gratuiti a disposizione su Eventbrite e, un’ora dopo, era sold out. Allora ho creato un secondo evento per l’8 settembre. Di nuovo sold out in 3 ore. Poi ho aggiunto 5 posti nel primo incontro e 5 nel secondo, e così sono riuscita - spero - a non lasciare fuori nessuno di quelli che volevano provare questa esperienza.
Non sapevo chi si sarebbe presentato. Fatta eccezione per due uomini su cinquanta, non avevo idea di chi fossero le persone che si stavano iscrivendo.
Quando è arrivato il pomeriggio del primo settembre, ero un po’ agitata. Ho avvertito in me una leggera ostilità e un senso di invasione quando questi sconosciuti hanno iniziato ad arrivare. Ovviamente, però, avevano risposto a un mio invito, e dunque li ho accolti con un sorriso, un benvenuto, dell’acqua fresca, uno spazio che avevo messo in ordine e pulito, e un cerchio di 26 sedie.
Mentre sistemavo, ho cercato di fare ordine nelle mie intenzioni, nelle mie speranze, e ho cercato di guardare cosa c’era nel mio cuore (paure, desideri, sentimenti senza etichette, alcuni piacevoli, altri no). Era un misto di tante cose: curiosità, la sensazione di andare verso una cosa giusta che però mi faceva un po’ paura, desiderio di essere all’altezza e di riuscire a creare uno spazio di lavoro sano, luminoso, onesto.
Ho bruciato un po’ di palo santo.
Ho bevuto un crodino, e poi il primo ha fatto capolino dalla porta d’ingresso, seguito pian piano da tutti gli altri. Gli avevo scritto su Whatsapp di essere puntuali. Al secondo incontro, quello dell’8 settembre, ho bevuto lo stesso un crodino, ma mi sono accorta di essere più rilassata.
Gli uomini che sono arrivati avevano tra i 27 e i 70 anni e mi ha impressionato quanto diversi fossero tra loro. C’erano uomini eterosessuali, gay, bianchi e con background migratorio, alti, bassi, romani, veneti, molti campani.
Ho chiesto loro di non dirsi che lavoro fanno, per evitare di riprodurre anche in questo spazio le gerarchie simboliche con le quali ci confrontiamo per il resto della nostra vita, e li ho visti felici di questa mia proposta.
Poi gli ho chiesto cosa significasse per loro essere maschi e che cosa stessero cercando in questa esperienza. Tanti di loro hanno detto di cercare l’occasione per avere con altri uomini uno spazio di confronto più profondo di quello disponibile nel quotidiano.
Altri hanno detto di voler essere padri o zii migliori per i bambini nella loro vita, e di aver percepito nello scambio con questi bambini (soprattutto con i maschi) uno scoglio che non si aspettavano e che vorrebbero poter guardare più da vicino per capire che cos’è.
C’è stato chi ha detto, con tanto dolore misto a rabbia nella voce, di essere stanco di essere considerato pericoloso, e chi è stato costretto a fare uno sport che non voleva fare perché non era abbastanza pericoloso.
Molti hanno parlato dell’essere maschio come una maschera, risultato delle proiezioni di ciò che chi sta intorno ha bisogno di vedere in te. C’è stato chi, reduce da una malattia, sta rinegoziando il proprio contratto di uomo col mondo.
Ho invitato tutti a non avere paura dei momenti di commozione che potrebbero capitare, di momenti cringe, in cui può succedere di restare per una manciata di secondi in presenza di qualcosa che non capiamo del tutto o davanti a cui ci sentiamo inadeguati o esposti.
Ho detto che abbiamo tutto il resto del tempo per mostrarci cool, che poi significa distaccati, sempre freschi, come se nulla ci tocchi o ci faccia sudare. E invece qui lasciamoci toccare dalle nostre parole, da quelle degli altri. Facciamo lo sforzo di restare in momenti dai quali, di solito, per riflesso, ci sottraiamo con una battuta, un consiglio, un’analisi intelligente alla velocità della luce.
Li ho invitati a parlare in prima persona, a non proporre analisi generali, ma a raccontare la propria esperienza.
È così che è venuto fuori che c’è chi mette la lavatrice e la lavastoviglie senza problemi, ma ha un blocco a farsi vedere dalla finestra per stendere il bucato. O chi è stato rimproverato dalla nonna per aver dato una carezza al fratello minore, “queste cose non si fanno”.
È stato così che è venuto fuori che c’era chi avrebbe tanto voluto vedere Non è la Rai, o Notting Hill, o chi avrebbe voluto giocare con le ballerine volanti, ma non poteva farlo perché queste cose, apparentemente, facevano “diventare gay”.
Sulle ballerine volanti, tra l’altro, qualcuno deve essersi accorto che il franchise piaceva tanto anche ai maschi, perché dopo l’uscita di Sky Dancers, venne fuori la versione maschile, Dragon Flyz che consentiva anche ai maschi di accedere in modo “sicuro” a quell’universo: il gioco era lo stesso, ma i personaggi erano stati ricoperti… di armature.
Una cosa che mi ha fatto sorridere è che circa la metà delle persone che sono venute non avevano idea di chi fossi, del mio lavoro e del perché proprio da me fosse giunto quell’invito. La notizia del gruppo, evidentemente, è arrivata a persone che la newsletter, il podcast e i libri non erano riusciti a raggiungere, e questa mi è sembrata una bellissima notizia. Fin dall’inizio di questo progetto ho cercato di moltiplicare le vie di accesso ai temi di cui parlo in modo che persone molto diverse tra loro potessero riuscire ad avvicinarsi senza sentirsi giudicate, fuori posto, o intimidite.
Mi aspettavo che all’invito del gruppo avrebbero risposto solo coloro che erano già stati attivati dalla newsletter, e invece mi sono resa conto che questa iniziativa non era un approfondimento per chi era già dentro, ma una rampa d’accesso al tema nuova di zecca. Yay.
Quando è finito il primo gruppo, avevo un mal di testa incredibile.
Non perché non fosse stato bello, ma perché la quantità di materiale che 25 persone scaricano nella stanza è notevole e richiede tempo per essere assorbita, processata o lasciata andare. Ci sono tante sorprese, riflessioni, nuovi punti di vista da incorporare o anche parole che, lì per lì, possono sembrare insignificanti, ma che poi in qualche modo ti rimangono impigliate addosso, e si mettono in attesa di essere interpretate.
È una meravigliosa opportunità, ma anche un lavoro faticoso.
Ho impiegato del tempo per mettere a fuoco di che cosa io avessi bisogno per sentirmi a mio agio in questa esperienza.
Ho identificato che era necessario per me associarla a un biglietto di ingresso, perché - essendo immersa in un mondo in cui già il mio talento e la mia professionalità vengono spesso svalutate perché purtroppo questa è ancora la realtà con cui le artiste, giornaliste, professioniste italiane si confrontano ogni giorno - mettere a disposizione il mio tempo e il mio spazio in modo completamente gratuito mi avrebbe creato una forma di risentimento dopo pochi incontri, senza nessuna responsabilità da parte dei partecipanti, ma solo perché io non mi ero chiarita quali erano le condizioni per cui per me il progetto era sostenibile, o non avevo avuto il coraggio di esporle con chiarezza, per paura del rifiuto o di influenzare in modo negativo l’idea di me che hanno i partecipanti.
Nell’episodio sulla manipolazione, però, abbiamo detto che dobbiamo evitare di fare delle scelte sulla base dell’impressione che vogliamo che gli altri abbiano di noi, e quindi, dalla prossima volta, ci sarà un biglietto di 15 euro per accedere, e un massimo di 20 partecipanti (25 sono troppi).
È possibile che questo riduca della metà (o meno? Staremo a vedere) il numero dei partecipanti, ma ho identificato che per me questa dimensione di riconoscimento del valore dell’esperienza fosse importante per tutelare la qualità della mia presenza nel gruppo.
Com’è andata finora, ci sono stati problemi?
Un paio di persone hanno usato il mio contatto Whatsapp in modo inopportuno, ma nulla di grave. C’è stato chi si è lamentato della richiesta di puntualità (alle 18.15 chiudo le porte per evitare che durante il cerchio la gente arrivi alla spicciolata), chi della richiesta del contributo per le prossime volte. Chi dell’orario (ma io vado a letto presto). Qualcuno per errore ha rotto la serratura della porta del bagno. È normale. Organizzare attività con le altre persone in presenza significa esporsi alla possibilità della frizione: questa è la ragione per cui molti preferiscono la vita digitale. Ci siamo un po’ disabituati a quel continuo esercizio di negoziazione che è necessario quando stiamo con gli altri, e dunque ci priviamo anche delle sorprese che vengono dal renderci vulnerabili a un incontro, con tutte le variabili incontrollabili e inaspettate che si attivano quando ci ritroviamo in una stanza con gente nuova.
Questo è un percorso che i partecipanti fanno con se stessi e con gli altri, e che io faccio con me stessa e con loro. Qui, io mi assumo la responsabilità di guidare questo viaggio. Voglio mettere a disposizione dei partecipanti le mie migliori energie, e dunque difendere le condizioni che mi permettono di attingere a quella sorgente. È un tipo di lavoro che a noi donne viene insegnato poco, quindi mi sento arricchita per aver identificato questa possibilità e poterlo mettere in pratica.
Il prossimo gruppo sarà il 6 ottobre alle 18, a Roma, sempre nel mio studio a Colle Oppio e parleremo di padri. I biglietti si possono acquistare qui.
Prossimi appuntamenti
11 Settembre ore 19.30 Substack Live con Dr. Shefali fondatrice del movimento sul Conscious Parenting, che negli scorsi giorni è stata intervistata da Oprah!
20 Settembre, ore 14:30 a TALK, il festival del Post a Faenza
4 Ottobre al Festival HeyMan al Monk a Roma per due appuntamenti nel pomeriggio
15 Ottobre alle 21:00 a On Stage Pigneto a Roma con Andrea Monno
23 Ottobre all’Università di Brescia per “In Nome Loro”
24 Ottobre al Festival Ci Penso a L’Aquila





Io sono stato uno di quei 50 e ne sono felice. Nonostante le "mostruose" restrizioni che hai imposto, tornerò anche la prossima volta. Il titolo "maschi del futuro" mi sembra molto appropriato, per lo meno per descrivere le nostre aspettative. Magari i maschi del futuro non saranno per niente così, ma ritrovandomi in quel circolo ho avuto come l'impressione di stare facendo qualcosa di grande. Direi qualcosa come partecipare a un laboratorio nel quale si prova a immaginare come si può essere dei veri uomini nel XXI secolo.
Molti dei presenti, come prima cosa, hanno detto della paura e dell'emozione di trovarsi a parlare di fronte a una ventina di altri che ti stanno ad ascoltare attentamente. Wow! Sembra quasi che stiamo già affrontando uno dei tabù storici dei maschi, quello di raccontare le proprie emozioni. Vedremo come va.
Intanto grazie, Francesca. Il tuo modo di gestire l'incontro, accogliente e al tempo stesso professionale, sempre lucido, mai impersonale, ha reso tutto più facile.
Bello leggere che abbia avuto successo! Sarebbe bello se si potesse organizzare anche un evento nel nord Italia, capisco che il tempo e le forze sono quelle che sono, ma la butto là!