È molto soddisfacente trovare su Instagram la descrizione di una dinamica relazionale di abuso psicologico e mandare il carosello alla nostra migliore amica o al nostro migliore amico dicendo “Incredibile, questa è esattamente la descrizione di X!!!”.
Negli ultimi anni, abbiamo iniziato a parlare di gaslighting, di narcisisti, di manipolazione emotiva e di abuso psicologico, ma sappiamo davvero di cosa stiamo parlando quando usiamo questi termini?
Per quanto mi riguarda, la prova del 9 relativa alla comprensione di questi concetti è: riesco a riconoscere quel comportamento quando ad agirlo sono io?
Credo che solo in quel caso possiamo dire di aver capito davvero di cosa stiamo parlando, e di non voler usare semplicemente il linguaggio della terapia per metterci sempre e inequivocabilmente dalla parte dei buoni (lo so, la tentazione è forte e la carne è debole).
Siamo indotti a pensare che chi manipola lo faccia sempre con la fredda e malefica volontà di soggiogare la persona che ha di fronte, ma la triste realtà è che moltissime delle persone che utilizzano la manipolazione lo fanno senza rendersene conto, e lo fanno perché hanno imparato la manipolazione come uno strumento non di attacco all’altro, ma di autodifesa.
Spesso adottiamo tecniche manipolatorie (ripeto, quasi sempre senza rendercene conto) non perché abbiamo deciso di controllare l’altra/o, ma perché la realtà che la persona davanti a noi ci sta restituendo è emotivamente troppo difficile da accettare.
Esempio numero 1: il rinfaccio
“Con tutto quello che ho fatto per te! Ti sono stata vicina/o, ho fatto sacrifici, ti ho dato molto”.
Sappiamo tutti che rinfacciare quello che abbiamo fatto per qualcuno è sbagliato. Eppure chi di noi può dire di non averlo mai fatto?
Questa è una delle forme più comuni di manipolazione che fa leva sul senso di colpa: una cosa che era stata presentata come libera (il nostro affetto, disponibilità, supporto economico, aiuto) viene improvvisamente tirata fuori come credito. L’altro si trova dunque nella posizione di chi aveva firmato un contratto, e non lo sapeva. Spesso ci siamo ritrovati in questa posizione per la prima volta con i nostri genitori, quindi questa è una delle dinamiche che più comunemente si ripresentano in contesto domestico verso il/la partner e verso i figli.
Proviamo a capire perché ricadiamo in questa dinamica e che cosa sta succedendo in quel momento.
A volte è molto doloroso pensare: “ho fatto moltissimo per questa persona e questo, comunque, non mi dà potere su di lei” oppure “sono stato/a molto generoso/a, ma questo non è bastato ad allineare i nostri desideri”. Il fatto che la nostra generosità non sia sufficiente a rendere la realtà quello che avevamo desiderato che fosse, può far scattare delle insicurezze profonde: la paura di essere stati stupidi, che qualcuno si stia approfittando di noi, e dunque il terrore di essere umiliati.
Esiste la possibilità che chi abbiamo di fronte sia ingrato/a? Certo che sì. E in quel caso, la versione matura e consapevole di noi, può certamente decidere di correggere il corso e di dare di meno in futuro, senza bisogno di minacce o rinfacci. Ma lì subentra un’altra paura: e se dare di meno mi fa sentire di avere ancora meno controllo?
Il lavoro da fare su noi stessi è identificare quanto riusciamo a dare, senza che la nostra generosità entri in conflitto con la libertà di chi abbiamo accanto. È una linea da trovare attraverso esperimenti ed errori, ma possiamo trovarla solo non avendo paura di ammettere i nostri sentimenti e assumendoci la responsabilità delle nostre azioni.
Esempio numero 2: il fraintendimento che non lo era
Qualcuno dice una cosa.
Noi rispondiamo a quella cosa.
Quel qualcuno dice “no, hai frainteso”
Noi rispondiamo spiegando.
L’altro spiega di nuovo.
Noi diciamo: “ho capito perfettamente, semplicemente non mi piace”
E l’altro risponde: “Ma non hai capito cosa intendevo”
Io credo che ci siano discussioni di questo tipo nate negli anni ‘30 che ancora continuano!
In questo caso, in cui - sono certa - molte e molti di voi si riconosceranno, un conflitto morale è trasformato in un problema di comprensione.
Chi ci sta dicendo che abbiamo frainteso non dice “tu hai capito quello che ho fatto e lo giudichi diversamente da me”, dice “se lo giudichi diversamente da me, significa che non lo hai capito”.
Questa modalità di manipolazione ferisce perché è di fatto una cancellazione della mente dell’altro. Non gli stiamo più dicendo “la tua conclusione è sbagliata”, ma “se questa è la tua conclusione, allora non puoi aver capito.”
Mi spiego meglio:
noi umani abbiamo una fortissima tendenza a usare le nostre intenzioni come prova della nostra innocenza: se non volevo ferirti, non ti ho ferito; se non volevo controllarti, non ti ho controllato. Il fatto è che le intenzioni non funzionano così, perché non sono mai così nette: è assolutamente possibile che desideriamo che una persona sia libera e, allo stesso tempo, che scelga ciò che vogliamo noi. Possiamo certamente fare qualcosa per amore e, allo stesso tempo, aspettarci qualcosa in cambio.
In tutti questi casi, quando l’altro ci mette davanti al fatto che stiamo tentando di manipolarlo, noi spesso reagiamo malissimo perché abbiamo questa idea che i manipolatori siano dei criminali psicopatici e certamente noi non possiamo essere accusati di un crimine così atroce, perché noi siamo buoni.
Ma esiste la possibilità che l’altro/a ci abbia capito benissimo, e magari abbia visto un pezzo della nostra intenzione che noi non volevamo mostrare, neanche a noi stessi.
D’altra parte, ammettere che l’altro ha rilevato una contraddizione nel nostro argomento sarebbe facile, perché non lo facciamo? Ok, in certi casi perché vogliamo vincere sempre e comunque essendo rimasti allo stadio di maturità emotiva di un cinquenne, ma in altri casi… perché non ci importa più di tanto di difendere l’argomento, quanto di controllare l’opinione che ha di noi chi ci sta davanti. Vogliamo essere assolti: “riconosci che non sono la persona che il tuo racconto di questa situazione suggerisce che io sia.”
Questo comportamento confonde persuasione e manipolazione.
Persuadere significa cercare di cambiare ciò che l’altro pensa, presentando i propri argomenti, le informazioni in proprio possesso, la propria logica.
Manipolare significa provare ad alterare le condizioni emotive o cognitive in cui l’altro può esercitare il suo diritto legittimo al dissenso.
Quello che ho osservato, è che il segnale che si sta passando dalla persuasione alla manipolazione è quello che io chiamo lo “scivolamento”. Facciamo un esempio:
A: “Gli stupratori andrebbero castrati.”
B: “Quindi pensi che lo Stato dovrebbe infliggere mutilazioni fisiche come pena.”
A pensa: “Ma io non sono il tipo di persona che pensa questo!” Così A ha due possibilità: una è dolorosa perché passa dal mettersi in discussione. “Sì, detta così mi accorgo che sto sostenendo una pena corporale, ma io non credo in questo tipo di Stato. Forse la mia indignazione per lo stupro mi porta a difendere qualcosa che in altri casi considererei inaccettabile.”
L’altra è molto più rassicurante, perché non richiede che metta in discussione né sé né la sua posizione: “No, hai frainteso. Quello che sto dicendo è che quando avevo 20 anni mia cugina è stata vittima di violenza e io ho giurato a me stesso che XYZ” - (di solito lo scivolamento è segnalato dalla comparsa di una nota biografica. Ricordiamo che qui il punto è difendere l’immagine che si ha di sé, più che l’argomento).
B: “Mi dispiace per tua cugina, e capisco che tu possa essere ferito, ma credi che la giustizia debba essere amministrata da chi è la parte lesa? Non rischiamo di scivolare nella legge del taglione?”
A: “Mi dispiace, ma mi hai frainteso. Lascia che ti spieghi, sto dicendo che lo stupro è un reato gravissimo.”
Cosa è successo?
A ha riscritto la sua posizione in una versione man mano più presentabile, e B vuole solo gridare.
Attenzione, è assolutamente possibile che in quel momento A sia convinto che quella fosse la sua posizione fin dall’inizio. Ma questo mette B in una condizione impossibile: o accetta la nuova formulazione e sembra che la discussione precedente sia nata da un suo errore interpretativo, oppure deve fare una ricostruzione filologica andando a recuperare le frasi (quando è possibile) dicendo “guarda, tu hai scritto esattamente questa cosa, ed è a questo che io ho risposto” - cosa che:
a) Comporta una vertiginosa perdita di tempo;
b) Mette B nella condizione di essere un/a “pignolo/a rompicoglioni”.
Spesso, quindi, per quieto vivere, lasceremo stare A rafforzando la sua motivazione a usare quella stessa tattica la volta dopo, e quella dopo ancora, lasciando dietro di sé una scia di B che vogliono solo urlare affacciate alle finestre.
Siccome credo che questo sia il sogno di nessuno di voi lettori e lettrici chiediamoci:
quali sono i campanelli d’allarme che ci avvisano quando stiamo ci stiamo comportando da A?
Invece di cercare di capire l’obiezione di B, stiamo cercando di correggere la percezione che ha di noi
Sentiamo l’urgenza di spiegarci ancora, e ancora (e ancora) - spesso introducendo note biografiche per “umanizzarci” davanti al nostro interlocutore
La nostra tesi sta diventando sempre più facile da condividere: (chiedersi: questa è la tesi che avevo formulato all’inizio o è il posto sicuro in cui mi sono ritirato? Non c’è nulla di male a cambiare idea, ma riconoscerlo invece che trattare B da pazzo/a è utile alla convivenza civile)
Cominciamo a discutere della nostra storia e della nostra identità invece che dell’azione (ma io non sono razzista/omofobo/sessista..)
Quando capita che qualcuno ci dica “ho capito, ma non sono d’accordo”, credergli non ci distruggerà.
Probabilmente è impossibile diventare persone che non manipolano mai. Un obiettivo molto più raggiungibile è cercare di diventare persone capaci di accorgersi quando lo stanno facendo, e in grado di fermarsi. Possiamo cominciare con un esercizio: quando qualcuno ci dice “ho capito quello che intendi, ma non sono d’accordo” incuriosirci sull’obiezione, prima che passare all’autodifesa. E, alle brutte, credergli.
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