Se festeggiamo le bambine nelle Beauty SPA
I compleanni sono sempre più segregati per genere, e le bambine fanno sempre più skin care: dovremmo preoccuparci?
Alcuni dei genitori che fanno parte di questa community mi hanno segnalato una cosa che mi ha lasciato parecchio perplessa. Si tratta di un tipo di festa di compleanno per bambine che ha come tema una giornata di “beauty spa”. Leggo dal sito di una delle aziende che offrono questo servizio:
“La Festa Spa a Tema Beauty Party è la festa di moda con make-up e acconciature più amata dalle ‘ragazze’ di 5-11 anni.”
Trovo estremamente interessante il fatto che perfino chi ha scritto questo testo abbia provato un filo di imbarazzo e si sia sentito in dovere di mettere “ragazze” tra virgolette.
Un altro sito della capitale dice:
Uno staff di professioniste sarà a Vostra completa disposizione per curare la bellezza delle invitate: luci dei riflettori a loro …. coccole, smalti, trucchi e boccoli per farle sentire GRANDI DONNE per un giorno!
Mi sono soffermata su quel “GRANDI DONNE per un giorno”. È una frase che, se ci fermiamo davvero ad ascoltarla, dice molto più di quanto chi l’ha scritta intendesse. Una bambina di sette anni viene festeggiata diventando per un giorno una grande donna. Non un’astronauta, non una scienziata, non una capitana di nave. Una grande donna — dove la grandezza si misura nello smalto e nei boccoli.
C’è una parola che usiamo molto nella conversazione pubblica: mascolinità tossica. La usiamo per descrivere quel copione culturale che insegna ai maschi a sopprimere le emozioni, a confondere il dominio con la forza, a percepire la vulnerabilità come una vergogna. Sapete che io non la amo, ma non nego che sia una parola utile, perché ci permette di distinguere la mascolinità in quanto tale — che è un modo possibile di stare al mondo — dalle sue varianti culturalmente tossiche.
Esiste una forma di femminilità tossica?
Esistono copioni culturali che danneggiano le bambine, che poi si trasformano in donne che riproducono quegli stessi copioni sulle bambine successive? Io credo di sì. Credo che uno dei copioni più potenti, più antichi e più redditizi dica una cosa molto semplice: il tuo valore come donna consiste nell’essere guardata.
Il beauty spa party è una delle distillazioni più pure di quel copione che mi sia capitato di incontrare.
Pensiamo a cosa insegna a una bambina di sette anni una festa del genere. Insegna che il modo giusto di celebrare il giorno della sua nascita — quel giorno che dovrebbe parlare di lei, della sua irriducibile particolarità, dei suoi entusiasmi, della sua curiosità — è ricevere trattamenti estetici da professioniste il cui compito è farla sentire una grande donna. Insegna che la maturità femminile assomiglia a una sessione di make-up. Insegna che la socialità femminile si costruisce intorno allo specchio.
Negli ultimi due anni dermatologi di mezzo mondo hanno cominciato a lanciare l’allarme su un fenomeno che la stampa anglosassone ha battezzato “Sephora kids”: bambine di otto, nove, dieci anni che entrano nei negozi di cosmetici a comprare sieri al retinolo, acidi esfolianti, prodotti antietà formulati per pelli di quarant’anni. Le routine di skincare diventano contenuti virali su TikTok. Si formano gerarchie di consumo: chi possiede quale marca, chi ha la palette giusta, chi conosce la sequenza corretta. I dermatologi spiegano — finora inutilmente — che quei prodotti non solo non servono a una pelle di nove anni, ma possono danneggiarla, alterando la barriera cutanea ancora in formazione. Ma il punto non è dermatologico. Il punto è che a nove anni esiste già una manutenzione di sé che si chiama bellezza, che richiede tempo, denaro, attenzione, vigilanza quotidiana. La festa di compleanno con manicure e make-up è una porta di ingresso a quel mondo, una porta presentata come un regalo.
Compleanni monocromi
C’è poi un fenomeno collaterale che vale la pena guardare con attenzione. Le feste di compleanno di oggi sono molto più segregate per genere di quanto fossero quelle della mia generazione. Io ho festeggiato i miei compleanni con cugine, cugini, e con amici e amiche di famiglia: gruppi misti per età e per genere, dove la quinta elementare giocava con la terza media e i maschi con le femmine perché semplicemente non c’era altro modo di esistere insieme. Le famiglie italiane si sono ristrette — oggi una bambina nasce in media con uno o due cugini, non con dieci — e i compleanni si organizzano sempre più spesso invitando solo i maschi o solo le femmine della classe.
Questo dato apparentemente neutro, organizzativo, logistico, ha conseguenze enormi sul modo in cui bambine e bambini costruiscono l’idea di cosa significhi appartenere al proprio genere.
In Storie spaziali per maschi del futuro c’è una fiaba che si chiama “Il pianeta dei compleanni”, e racconta proprio questo: cosa può andare storto quando le occasioni di stare insieme diventano monocrome. Le bambine imparano a stare con le bambine facendo cose che si presume piacciano alle bambine. I bambini imparano a stare con i bambini facendo cose che si presume piacciano ai bambini. E nessuno dei due gruppi ha più la possibilità di scoprire che molti dei propri desideri non corrispondono affatto a quello che il gruppo presume.
Una bambina che preferirebbe una festa con i dinosauri scopre che ai compleanni a cui è invitata si fa solo manicure. Un bambino a cui piacerebbe ballare scopre che alle sue feste si gioca solo a calcio. E — cosa ancora più importante — né l’uno né l’altra hanno la possibilità di conoscere bambini e bambine dell’altro genere come persone, fuori dall’ambito scolastico: per l’altro si rimane solo una categoria.
Il copione di genere, che ricevono già intensamente dai media, dalle pubblicità, dai libri di scuola, viene rinforzato anche dalla geometria delle loro relazioni. Si comincia presto, e si comincia con le feste.
Un esperimento mentale
Provo a fare un esercizio. Per fortuna — dico davvero per fortuna — non sono ancora riuscita a rintracciare un equivalente maschile del beauty spa party. Proviamo a immaginarlo.
Una festa di compleanno in cui dieci bambini di nove anni vengono accolti da un team di personal trainer professionisti. Vengono misurati i bicipiti. Vengono fatte fotografie in pose virili. Vengono applicati del gel modellante e dell’olio sulle braccia perché si sentano “GRANDI UOMINI per un giorno”. Magari vengono distribuite armi giocattolo.
Ci suona ridicolo, offensivo. Eppure questa è esattamente la struttura — sostituendo la palestra alla beauty room, il gel allo smalto, il photo shoot al make-up — di ciò che proponiamo come normale alle bambine.
Il fatto che l’equivalente maschile per adesso non esista, o esista in modo attenuato, ci dice una cosa interessante: il lavoro di costruzione del corpo come spettacolo viene assegnato in modo strutturalmente asimmetrico. Il corpo del bambino esiste, prevalentemente, per fare. Il corpo della bambina esiste, prevalentemente, per essere guardato.
Il prezzo
Cosa costa tutto questo? Costa molto, su tre livelli diversi.
Costa a livello personale, nel modo in cui le bambine si abituano a sé stesse. La American Psychological Association ha pubblicato anni fa un rapporto sulla sessualizzazione precoce delle bambine che documenta una correlazione costante tra esposizione precoce all’ideale di sé come oggetto di sguardo e tre cose: depressione, disturbi alimentari, calo del rendimento scolastico.
Una bambina che impara presto a guardarsi dall’esterno — a chiedersi come appare prima di chiedersi cosa pensa — sviluppa un’attenzione divisa che le ruba energia cognitiva per tutta la vita. La quantità di concentrazione che una donna adulta dedica ogni giorno a monitorare il proprio aspetto è un tipo di lavoro invisibile che nessuno conta, e che inizia molto presto, magari proprio davanti a uno specchio di una festa di compleanno.
Costa a livello relazionale: quali sono le aspettative che si creano nei bambini che si abituano a considerare normale che per le bambine le beauty routine siano la loro massima forma di divertimento? Gli stereotipi di genere che poi determinano il modo in cui uomini e donne si relazionano da adulti sono anche una conseguenza di come abbiamo strutturato gli spazi di socializzazione precoce.
Costa a livello sociale, perché formiamo metà della popolazione a investire una quantità sproporzionata delle proprie risorse cognitive, emotive ed economiche nella cura del proprio aspetto. Tempo che non va alla curiosità intellettuale. Denaro che non va al risparmio o all’investimento. Energia che non va all’ambizione professionale o civica.
Non è un caso che il mercato della cosmetica sia uno dei più redditizi del mondo (in Europa, l’Italia è al terzo posto dopo Germania e Francia), né che il suo target in più rapida crescita sia quello delle preadolescenti. Stiamo addestrando consumatrici a vita, e lo stiamo facendo a partire da un’età in cui non hanno alcuno strumento per riconoscere quello che gli sta accadendo.
Che cosa possiamo fare?
Non si tratta di demonizzare le feste, né di colpevolizzare i genitori che le organizzano in buona fede, magari pressati da una bambina che ha visto le sue compagne andarci e non vuole sentirsi esclusa.
Ma quando facciamo una proposta culturale alle nostre bambine e a quelle degli altri (e sì, una festa è una proposta culturale) dovremmo chiederci: questa esperienza stimola la sua curiosità o le insegna ad essere guardata?
Tutto il resto viene di conseguenza.
Alla prossima!
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Purtroppo mi piace perchè è urgente preoccuparcene e questo è quello che viene dopo l'aver fatto indossare i bikini alle treenni!
Un articolo che fa davvero riflettere, e che fa anche un po' male. Leggendo queste righe la prima cosa che mi viene in mente è una tristezza infinita per come stiamo crescendo i bambini. Siamo tutti concentrati su quello che si vede fuori: se sono vestiti alla moda, se sono fighi, se hanno l'ultimo brand addosso. Ci si focalizza solo sull'estetica e sulle performance.
Ma la verità è che non ci fermiamo mai a chiedere loro e a chiederci la cosa più importante: “Ma tu, dentro, come stai? Sei felice?”
Insegniamo alle bambine a guardarsi allo specchio prima ancora di insegnare loro ad ascoltarsi. Manca proprio l'educazione alle emozioni, a capire cosa si prova davvero, che è una cosa che non si compra con uno smalto o con un filtro sui social.
Dovremmo davvero fare un passo indietro. I bambini sono il nostro futuro! se li schiacciamo sotto il peso delle mode e del dover apparire a tutti i costi, che tipo di adulti saranno? Se vogliamo un domani più sereno, dobbiamo rimettere al centro la loro felicità interiore, non la loro immagine.