Perché i maschi autoritari hanno bisogno della guerra?
Definire cosa sia la virilità è centrale nei modelli di governo autoritari
Quando stavo lavorando alle prime versioni di Storie Spaziali per Maschi del Futuro, la mia raccolta di fiabe per offrire alle nuove generazioni una maschilità reimmaginata, scrissi un racconto ambientato su un pianeta subacqueo che era sempre vissuto in pace, ma - a un certo punto - era stato attaccato e aveva dovuto dotarsi di un esercito.
Il problema era che i maschi di quel pianeta, chiamati a combattere, non volevano usare le mani con le quali avevano tenuto in braccio i propri bambini e accarezzato i propri cari per uccidere, e quindi il pianeta rischiava di soccombere.
Fu così che i governanti di quel pianeta decisero di riformare l’educazione maschile, perché se i maschi non fossero stati “più duri” il pianeta non sarebbe mai potuto sopravvivere.
[La storia era troppo struggente per essere inclusa in un libro per bambini, ma se vi interessa, l’ho pubblicata nella sezione premium di questa newsletter.]
Uno degli aspetti dei quali è più difficile parlare quando si parla di maschile è proprio la guerra. Ci siamo abituati all’idea che la guerra sia una cosa che fanno i maschi, e abbiamo accettato che il servizio militare sia una cosa da maschi, e che loro siano i primi ad essere chiamati alle armi, così nel corso della storia abbiamo imparato a considerare soldatini, baionette, carri armati, mitra, bombe, candelotti di dinamite, uniformi come giochi “da maschi”.
D’altra parte, consegnare le donne alla guerra avrebbe voluto dire mettere a repentaglio la possibilità di avere nuovi figli, che avrebbero dovuto sostituire quelli mandati al fronte, molti dei quali non sarebbero mai tornati a casa.
Quando diciamo che la guerra è una cosa “da maschi”, è facile dimenticarsi che la stragrande maggioranza di chi è partito per la guerra non avrebbe voluto farlo, e che ci è voluta una straordinaria campagna culturale che attribuisse un valore sociale immenso a quel sacrificio e ne facesse una questione d’onore, per convincere così tanti maschi ad obbedire.
Ho pensato a lungo che i maschi fossero educati a comandare, ma più procedo nello studio del maschile, più mi rendo conto che i maschi sono educati a rispettare le gerarchie e a obbedire ai propri superiori molto di più delle femmine. Credo che la ragione profonda per cui questo accade sia proprio la guerra.
I regimi antidemocratici hanno la necessità della violenza e, spesso, proprio della guerra per restare in piedi: non a caso si reggono su un’idea di virilità costruita con cura.
Trump si è candidato con la promessa di porre fine alle "guerre infinite" e riportare a casa i soldati americani. Molti degli uomini che lo hanno votato lo hanno fatto perché erano stanchi di vedere i propri figli mandati a morire in conflitti che non servivano nessuno che conoscessero. Eppure, solo pochi giorni fa, senza consultare il Congresso, le Nazioni Unite o qualsiasi altra istituzione, gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un massiccio attacco militare contro l'Iran, con l'obiettivo dichiarato di un cambio di regime. Non è una contraddizione: è la logica della mascolinità autoritaria che si compie. Un sistema fondato sul dominio ha sempre bisogno di un nemico, perché senza la macchina della guerra il modello di virilità che promuove non ha un palcoscenico su cui esibirsi.
Mussolini promuoveva una mascolinità fondata sulla forza fisica, l’impermeabilità emotiva, il dominio e il disprezzo per la debolezza.
Il 24 ottobre 1934, il quotidiano Il Popolo d’Italia scriveva di lui:
“Il Duce è un uomo di sport nel senso più alto, perché la sua vita fisica e la sua vita morale si armonizzano e si completano in modo meraviglioso. Il suo torso è potente, le sue braccia atletiche. Sembra fatto per abbattere e per schiacciare; e su questa abbondanza di muscoli e di nervi, su questa solidità erculea, la nostra immaginazione si sofferma, perché sentiamo che nessuno può sconfiggerlo, che nessuno può reggere il confronto: un gigante tra pigmei.”
L’uomo fascista ideale era virile, aggressivo, disciplinato e sempre pronto al combattimento - non solo in guerra, ma nella vita quotidiana. Ci si aspettava che sopportasse il dolore senza lamentarsi, obbedisse all’autorità senza esitazione e imponesse l’ordine sugli altri senza rimorso.
La sensibilità, il dubbio, la complessità intellettuale e la compassione venivano inquadrati come femminili, decadenti o stranieri: minacce alla vitalità della nazione. Essere gentili era sospetto. Esitare era debolezza. Provare empatia era tradire la propria alleanza con il leader.
Non era un fatto incidentale. Era strutturale.
Un regime che dipende dalla gerarchia e dalla repressione non può permettersi cittadini che mettano in discussione il potere, negozino i conflitti o riconoscano l’umanità di chi sta sotto di loro. Ha bisogno di uomini addestrati a confondere l’obbedienza con la forza e la crudeltà con il coraggio. Uomini che imparano presto che il loro valore dipende dal reprimere la vulnerabilità - e dal dimostrare, ancora e ancora, di poter dominare qualcun altro.
La maschilità fascista propone sempre un patto: sottomettiti a chi sta sopra di te, brutalizza chi sta sotto di te.
Gli uomini a cui viene richiesto di sottomettersi a chi sta sopra hanno bisogno di una valvola per scaricare lo stress dell’umiliazione, della paura e dell’impotenza. Quella valvola è fornita dal sistema stesso. In sistemi di questo tipo, brutalizzare verso il basso è funzionalmente necessario. Ci si aspetta che le persone in basso assorbano la pressione affinché la struttura sovrastante possa restare intatta.
È così che la mascolinità autoritaria si stabilizza.
La violenza verso le donne, i bambini, i dissidenti, i migranti e chiunque sia ritenuto più debole, in questo sistema viene inquadrata come naturale, correttiva, persino virtuosa. Permette agli uomini di recuperare un senso di agency senza mai sfidare la gerarchia.
Oggi sappiamo che la guerra ha un costo enorme. Sappiamo che ha un costo gigantesco per chi parte, ma anche per chi resta. Per chi la vive e per chi assiste alla violenza. Sappiamo che il costo invisibile della guerra è l’enorme quantità di trauma che viene scaricata sulle vite di chi dalla violenza della guerra è stato spezzato e di chi gli sta accanto. Le ferite morali causate dalle guerre si ripercuotono in cerchi concentrici su tutte e tutti noi.
È difficile parlare di guerra, perché la sensazione è che a volte non si abbia scelta: che cosa è giusto fare se il tuo Paese viene invaso da una potenza straniera? Che cosa è giusto fare se il tuo Paese è governato da un regime sanguinario? Esiste una guerra giusta? Sono domande alle quali non è per niente facile offrire una risposta, e allora spesso ci si chiude in posizioni molto ideologiche, anche solo per proteggersi e credere che almeno noi stiamo dalla parte giusta.
Io credo che - per quanto sia difficile offrire risposte definitive a domande così urgenti - sia necessario parlare dei meccanismi culturali che rendono possibili questi scenari, del modo in cui costruiamo universi valoriali che consentono agli autoritarismi di affermarsi e sopravvivere.
Ernst Friedrich fu un anarco-pacifista tedesco vissuto a cavallo delle due guerre mondiali. Quando fu chiamato alle armi per la prima guerra mondiale, decise di diventare un obiettore di coscienza, e per questa ragione fu internato in un ospedale psichiatrico. Passò tutta la vita a combattere contro la guerra, fu imprigionato, picchiato, i musei che aveva allestito furono dati alle fiamme.
Del suo lavoro resta un libro molto particolare che si intitola War against War, ed è in 4 lingue: olandese, inglese, tedesco e francese. È un libro-manifesto che si appella a tutti gli esseri umani e vuole rendere visibile il modo in cui la cultura della guerra si propaga: l’immagine da cui parte è proprio quella dei soldatini giocattolo, il primo modo in cui i bambini vengono condizionati a considerare la guerra accettabile e onorevole.


Il libro prosegue con fotografie terribili dal fronte, tracciando una corrispondenza diretta fra l’educazione, la propaganda, e gli esiti storici di un certo tipo di cultura.
Non si può chiedere a degli esseri umani di esercitare violenza in nome dell’ordine e poi stupirsi quando quella performance distrugge la loro capacità di intimità, riflessione e giudizio morale.
In Achilles in Vietnam, lo psichiatra Jonathan Shay traccia un parallelo potente tra l’Achille di Omero e i soldati americani di ritorno dal Vietnam. La sua intuizione centrale non riguarda la violenza in sé, ma il danno morale: ciò che accade a una persona quando le si chiede di compiere o assistere ad atti che violano il suo senso più profondo di ciò che è giusto, sotto l’autorità di leader che tradiscono la sua fiducia.
Achille non si spezza perché è debole. Si spezza perché il contratto sociale che dava significato alla sua violenza crolla. Il suo comandante lo disonora. I valori che gli erano stati promessi - onore, protezione, riconoscimento - si rivelano vuoti.
Shay dimostra che questo non è un fallimento personale. È l’esito prevedibile di sistemi che esigono obbedienza mentre privano la violenza di ogni fondamento morale. Quando gli uomini vengono addestrati a reprimere la vulnerabilità, a sopportare senza fare domande e a scaricare aggressività a comando, il costo si accumula. Si manifesta come famiglie distrutte, torpore emotivo, rabbia esplosiva, dipendenza, disperazione.
I sistemi autoritari presentano la brutalità come forza. In realtà producono uomini psicologicamente sovraccarichi, moralmente feriti e sempre più tagliati fuori dalla propria capacità di cura. La violenza filtra nelle case, nelle relazioni, nei corpi.
Solo poche settimane fa abbiamo assistito all’omicidio da parte di un agente dell’ICE di Alex Pretti, che era un operatore sanitario, una persona addestrata a preservare la vita anziché esercitare il potere. Il suo modello rappresenta qualcosa di profondamente minaccioso per la logica autoritaria, perché il suo coraggio non ha assunto una forma riconosciuta dal sistema. E perché la sua presenza ha messo a nudo l’assurda inutilità della brutalità.
In un momento storico come questo, molti di noi si stanno interrogando su quale possa essere il nostro ruolo in un contesto internazionale in cui tutto sembra deciso sulla base della forza bruta e della capacità di imporsi agli altri.
Come si fa la Resistenza a tutto questo?
I regimi autoritari possono assorbire la ribellione. Ciò a cui non possono sopravvivere è il rifiuto da parte degli uomini di diventare brutali. In questo momento, una delle strategie di resistenza più efficaci che abbiamo è di rifiutare la definizione di virilità, di forza, di coraggio che ci viene data da questi leader manipolatori. Ma rifiutarla e basta non è sufficiente: bisogna costruirne una alternativa, raccontarla, frequentarla, e passarla alle nuove generazioni.
O almeno, questo è ciò che scelgono di fare gli abitanti di Waterjar quando scelgono di tornare ad essere un pianeta di pace.
Per oggi è tutto.
A giovedì!







Ciao Francesca: posso usare queste tue parole di oggi in un post sui social del mio negozio? Sai, quello di giocattoli educativi di Mestre. Ci stanno a pallino con il concetto che sto portando avanti in questi giorni e sono un ottimo spunto di riflessione. Oppure... posso pubblicare lì il link per iscriversi alla tua newsletter? Più siamo più ci si fa sentire! Fammi sapere e come sempre... complimenti per la tua lucidità!
Jonathan Shay è un grande uomo e un caro amico mio. L’ho incontrato quando participavamo in un gruppo di uomini presso Boston.
È il tipo di uomo che spero di far emulare a mio figlio