Maschi del Futuro

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Inedito: La guerra di Waterjar

Un racconto per adulti da un pianeta che scelse di addestrare alla guerra i propri figli

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Francesca Cavallo
mar 03, 2026
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Il numero della newsletter che uscirà giovedì parlerà del perché i regimi autoritari hanno bisogno della guerra e di un certo tipo di maschi per sopravvivere.

Quando stavo lavorando alla scrittura di Storie Spaziali per Maschi del Futuro, mi resi conto che se volevo parlare di maschile non potevo non parlare anche di guerra.

Tra i vari esperimenti che feci, ci fu la scrittura di un racconto che si rivelò troppo struggente per essere incluso in una raccolta di fiabe per bambini. Ve lo metto qui, e mi fa piacere se mi dite che cosa ne pensate nei commenti.


La guerra di Waterjar

Non feci in tempo a voltarmi verso il finestrino, perché il treno ebbe una frenata brusca e, allo stesso tempo, lentissima. Sentii la cintura che mi tratteneva il bacino e vidi il mio tronco e le mie gambe proiettarsi in avanti pianissimo fin quasi a toccarsi, senza che nulla potesse fermare quel movimento. Allo stesso tempo, tutti i suoni si attutirono di colpo. Di quella sequenza al rallenti ricordo il momento in cui mentre il mio corpo tornava verso il sedile, mi voltai e vidi Waterjar per la prima volta.

L’acqua era azzurrina e trasparente, nonostante sembrava che fossimo a una certa profondità, e una foresta di alberi-alga fluttuanti si estendeva a perdita d’occhio. Ai tronchi più grossi, di tanto in tanto, erano fissati certi grossi globi luminosi, grandi come stanze o piccoli appartamenti.

“Le case sugli alberi fanno sempre un certo effetto, no?” disse Mada,

notando soddisfatto il mio stupore.

Annuii, incapace di staccare gli occhi dallo spettacolo delle grandi balene rosa cipria che nuotavano indisturbate in quella foresta di alberi morbidi e case senza spigoli.

“Waterjar è il pianeta madre,” mi disse Mada “il primo ad essere stato abitato in questo sistema solare. Qui incontreremo la donna più anziana di Solara Twins, Jynte. È la memoria storica di questo pezzo di universo. Abbiamo tutti imparato moltissimo da lei, anche se non è sempre stato facile.”

Il treno intanto si era fermato, Mada si era sganciato la cintura di sicurezza ed era entrato nella tuta. La indossai anch’io e quando stavamo per aprire la porta, come guardandoci allo specchio, ci infilammo insieme gli elmetti.

Quando la porta del treno si aprì, l’acqua non entrò nella carrozza: fummo noi ad attraversare quel muro liquido aiutandoci con le braccia, e ci trovammo immersi in quel nuovo mondo.

Arrivammo in casa di Jynte senza troppe difficoltà. Le tute che avevamo ci consentivano non solo di camminare sul fondo, erano anche dotate di alcuni propulsori che rendevano la resistenza dell’acqua molto meno faticosa. In ogni caso camminavamo piano, mentre sopra le nostre teste dondolavano le chiome dorate e verdi di quella lentissima foresta.

Arrivata nella sua casa-bolla, seguendo l’esempio di Mada, mi tolsi il casco perché quelle case erano ambienti con un’atmosfera ibrida: sia gli umani della specie terrestre, che quelli della specie acquatica potevano starci bene.

“Waterjar,” mi dice Jynte, quando sono ancora col casco in mano, prima di presentarci, “non è sempre stato un pianeta in pace.” Poi si siede in una poltrona bianca, e io e Mada ci sistemiamo in un divanetto di fronte alla poltrona, bianco anche lui, con il vetro della casa-bolla alle spalle.

Dietro di noi passa una balena, vedo il suo riflesso e vorrei girarmi a guardarla, ma Jynte ha già iniziato a raccontare.

“All’inizio fu la foresta a cambiare: era come se si fosse riempita d’occhi. Ovunque andassimo, ci sentivamo osservati, e gli alberi-alga non dondolavano più. Rimanevano immobili in quest’acqua, come in attesa di qualcosa di terribile. In una notte senza lune, calarono in acqua le loro bombe: le fecero esplodere all’alba e fu lì che iniziò ‘il grande buio’. Morirono molte balene, e i loro corpi morti, saliti in superficie, non lasciavano passare la luce del sole. Fu l’oscurità del mare a far precipitare nel buio l’anima dei soldati che ci attaccavano.”

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