Ci sono due versioni di quella notte di ottobre del 2024 nella casa della confraternita Chi Phi, alla Cornell University.
Nella prima, Jane Doe (lo pseudonimo con cui la giustizia americana protegge l’anonimato di chi denuncia) arriva, viene costretta a bere, ad assumere droga e viene stuprata da sette ragazzi, mentre uno di loro scrive nella chat della confraternita (57 membri, tutti maschi): «free pussy upstairs». Fica gratis di sopra.
Nella seconda, arriva alla confraternita dopo aver già bevuto molto, apre una birra, flirta, balla, accetta un rapporto a tre. E poi le cose prendono un’altra piega.
I messaggi sono presenti in entrambe le versioni della storia: ce ne sono più di uno e fanno tutti schifo.
Parlare di violenza è difficile in generale, ma in questi casi lo è ancora di più. Vogliamo il più possibile allontanare da noi l’idea che una cosa del genere potrebbe capitarci, e quindi, a seconda del personaggio con cui ci identifichiamo di più, cerchiamo delle vie di fuga che ci consentano di sentirci di nuovo al sicuro.
Se ci identifichiamo con chi commette il crimine, cercheremo di proteggerci mettendo in discussione o ignorando la versione della vittima; se ci identifichiamo con la vittima, cercheremo di inchiodare gli abusanti, prima che qualsiasi processo abbia avuto luogo.
È quello che finora ho visto succedere nella stragrande maggioranza degli articoli usciti in merito al presunto stupro di gruppo alla Chi Phi, fra le più antiche confraternite americane.
Questa è la ricostruzione che offre Carlotta Vagnoli nella sua newsletter Rassegna Stanca:
Arrivata alla frat house (crasi di fraternity, ovvero confraternita maschile, e house) verso le 23, dopo aver fatto un giro con un’amica, Jane Doe viene accolta alla Chi Phi con ampie dosi di alcol, che viene costretta a bere. Contemporaneamente, dopo averla stordita con i superalcolici, due giovani della confraternita le fanno assumere ketamina e la sottopongono con forza a uno stupro, per il quale inizialmente rimane cosciente ma poi, verso le 5:45 del mattino, perde i sensi.
E nel momento in cui la giovane viene abusata, uno dei due stupratori manda un messaggio nella chat della confraternita chiamata Chi Phi Actives, composta da 57 membri della ChiPhi della Cornell - tutti uomini - che recita “free pussy upstairs”. Fica gratis di sopra. Invitando di fatto gli altri 50 a stuprare la giovane donna.
Il pezzo di Vagnoli offre un ottimo contesto sulla vita di un campus americano e sul ruolo devastante delle confraternite nella cultura dello stupro; però, a mio avviso, cancella alcune sfumature molto importanti per farsi un’idea del fatto in sé.
Vi metto qui una traduzione della ricostruzione pubblicata sul New Yorker:
Alla Chi Phi [Jane Doe] aprì una birra, flirtò e ballò un po’ con il suo amico, che le propose di fare sesso a tre con uno dei suoi confratelli. Lei ricordava di sentirsi «abbastanza a suo agio con l’idea di questo rapporto a tre», che comprese sesso orale e vaginale, anche se l’amico che l’aveva proposto a un certo punto se ne andò a dormire e il secondo uomo fu preso da conati di vomito. A un certo punto lei assunse della ketamina, ma non riusciva a ricordare «dove o quando». Il secondo uomo continuava ad allungare le mani sulla sua zona genitale, e lei gliele allontanava.
Poi qualcuno bussò alla porta, ed è forse in quel momento che la notte prese una piega irreversibile. Nella sua dichiarazione giurata la donna raccontò che un terzo membro della confraternita era entrato nella stanza, che si rivelò essere la sua camera da letto. Lui «si presentò» e allungò la mano come per stringere la sua, poi strattonò Jane Doe verso di sé e la baciò. Il secondo uomo ricominciò a palpeggiarla. I due «cominciarono a fare sesso a tre», disse lei. A un certo punto il suo amico si svegliò e propose un rapporto a quattro, ma lei rispose di no.
Il New Yorker ha basato la sua ricostruzione sulle dichiarazioni rese dalla studentessa alla polizia del campus il giorno dopo l’accaduto. Carlotta Vagnoli, come molte delle persone che hanno scritto del caso, in Italia e all’estero, ha derivato le sue principalmente dalla causa che la donna ha depositato a settembre, in cui lamenta l’assenza di indagini da parte della Cornell e della polizia dopo la sua denuncia.
Un paio di giorni dopo, la studentessa ricevette un messaggio da uno dei sette ragazzi coinvolti, che le scrisse che gli dispiaceva per “come erano andate le cose”. Lei, come fanno spesso le vittime per difendersi dall’idea che una cosa così terribile possa essere accaduta proprio a loro, minimizzò.
La violenza sessuale è un enorme problema delle università americane. Quasi 1 studentessa su 3 ne fa esperienza, e la metà degli stupri avvengono in quella che viene chiamata “red zone”, zona rossa: è il periodo tra agosto e novembre, quello in cui inizia il nuovo anno scolastico e il campus si riempie di matricole. Per un numero enorme di studentesse, dunque, la violenza sessuale è una specie di tragico rito di iniziazione alla vita universitaria. Il posto dove una matricola ha la più alta probabilità di subire violenza è una confraternita. Questo è vero a tal punto che le assicurazioni considerano le confraternite alla stregua dei siti di smaltimento di rifiuti tossici, praticamente non assicurabili.
Le università americane hanno dunque una certa dimestichezza con questo tipo di crimine. Ciononostante, quando la studentessa presentò alla polizia del campus un resoconto perfettamente riconoscibile per la sua dinamica, nessuno fu incriminato. Secondo la causa intentata da Jane Doe, la polizia del campus non indagò seriamente; l’università ritenne di fare da sé.
Venne chiusa la sede della confraternita, due degli studenti accusati vennero espulsi, due vennero sospesi, un terzo che si era già laureato fu bandito dal campus, e altri due ricevettero una punizione molto più leggera: dovettero scrivere un saggio di etica.
Nel frattempo, a causa del trauma subito, Jane Doe non riuscì a continuare l’università. Qui è bene fare una precisazione: l’ingresso a Cornell, come in qualsiasi altra Ivy League (le università di eccellenza negli States), è estremamente competitivo. Chi ci entra, soprattutto chi non è “legacy student” (ossia uno studente i cui genitori hanno frequentato la stessa università), spesso ha lavorato tutta la vita per riuscire a entrare e costruire il curriculum adatto per diventare “Ivy League material”, un’espressione che in questo caso suona particolarmente sinistra.
Questo battesimo macabro, dunque, non ha “solo” le conseguenze traumatiche che avrebbe una violenza di questo tipo in qualsiasi contesto, ma trasforma un sogno che le vittime hanno coltivato per tutta la vita in un incubo terrificante.
Il problema è che, a fronte di statistiche così devastanti, non solo le università non hanno smantellato del tutto il sistema della “Greek life” (così si chiama l’insieme di confraternite maschili e femminili), ma spesso hanno minimizzato la responsabilità dei giovani uomini, per evitare di “rovinargli la vita”.
Le prospettive di carriera dei giovani uomini coinvolti in queste storie, chiaramente, sono state valutate come più importanti di quelle delle loro vittime.
E questo fa incazzare, perché l’abbiamo visto accadere così tante volte che non ne possiamo più.
Ma i processi del popolo restano comunque un problema.
Non è giusto sospendere il principio della presunzione di innocenza e parlare dei “Cornell 7” come di sette stupratori. La realtà può essere sfumata, non è detto che tutti siano colpevoli né che tutti lo siano nello stesso modo, e non si possono emettere sentenze soltanto sulla base delle dichiarazioni di una delle parti. Chi crede nella tensione verso la giustizia che c’è alla base dello stato di diritto dovrebbe rispettarne le fondamenta, anche quando la giustizia si mostra imperfetta, perché noi umani lo siamo.
Quando si ricostruiscono storie di questo tipo, si tende a minimizzare qualsiasi aspetto che possa prestare il fianco al cosiddetto “victim blaming”, e cioè a quel fenomeno per cui la vittima diventa responsabile del reato che ha subito. Per esempio, si sceglie di omettere che la ragazza avrebbe accettato una cosa a tre all’inizio, o che sarebbe arrivata alla confraternita dopo aver bevuto una decina di drink in tre ore con le sue amiche.
Il risultato è che le storie di violenza che raccontiamo assomigliano molto poco alla realtà, che invece è sempre piena zeppa di sfumature. Ma l’obiettivo della prevenzione non dovrebbe essere quello di imparare tutti insieme a navigare le sfumature con maggiore consapevolezza?
Chi, esattamente, è aiutato da queste ricostruzioni della vittima perfetta? Sicuramente non le altre vittime, che penseranno che - a differenza di quelli che raccontiamo - i loro casi non sono sufficientemente “chiari”. Né i potenziali abusanti, che si convincono che la violenza succeda altrove, in scene in bianco e nero in cui non si riconosceranno mai.
«Non possiamo stare a distinguere», dice chi accusa la vittima di comportamenti pericolosi, come se ubriacarsi a vent’anni desse a chiunque il permesso di farti qualsiasi cosa. Lo dice anche chi fa processi sommari: «se nel sacco ci finisce un innocente, pazienza».
Eppure è proprio imparando a distinguere che si impara a praticare la non-violenza. La cultura dello stupro si contrasta difendendo la dignità umana, e l’idea che nessuna persona venga mai trattata come una cosa. Nemmeno sette uomini accusati di stupro. Punirli “per dare l’esempio”, invece che per ciò che ciascuno di loro ha fatto, significa usarli come mezzi per un fine. È esattamente ciò che la cultura dello stupro fa con le donne.
[Ne abbiamo parlato anche in questo episodio di Maschi del Futuro]
Quello che mi fa più paura è che molti e molte di noi, in fondo, sono convinti che per un gruppo di maschi sia “naturale” comportarsi in quel modo e approfittare dell’occasione di “farsi una scopata” senza farsi troppe domande. Sembra questa anche la convinzione delle università che pensano che più di tanto non si possa fare perché “boys will be boys”.
Ma questa convinzione è frutto di un terribile malinteso, perché gli stupri di gruppo non hanno quasi nulla a che fare col sesso. Hanno molto a che fare con il modo in cui dei maschi performano la propria virilità davanti ad altri maschi. C’entra moltissimo anche l’omofobia, perché la presenza di una donna consente a un gruppo di maschi di condividere un’esperienza erotica omosociale, senza la paura di essere considerati gay.
Queste ragioni hanno ben poco a che fare con la natura: sono culturali.
Il mondo verso cui vogliamo andare è un mondo in cui una ragazza ubriaca può entrare in una casa piena di uomini, come un ragazzo ubriaco in una casa piena di donne.
Che cosa sarebbe successo a parti invertite? Forse il ragazzo sarebbe crollato su un divano, forse qualcuna si sarebbe fatta una risata. Magari una gli avrebbe tolto le scarpe e buttato addosso una copertina.
Da qualche parte, molto prima di arrivare in quella confraternita, a tanti ragazzi qualcuno ha insegnato che quel gesto li avrebbe fatti sembrare “meno uomini”.
E, fino ad ora, le università più prestigiose del mondo non hanno trovato il tempo di insegnargli il contrario.
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11 ottobre ospite del podcast Svergognate al Monk, ore 19.30 Roma
15 ottobre ospite del podcast On Stage Pigneto ore 21.00 a Roma
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23 ottobre a Brescia, ore 11, Università degli Studi per “In nome loro”
24 ottobre Festival Ci Penso a L’Aquila
30 ottobre a Gonnostramatza, OR per “Le giornate di Carla”



Ciao, ho ascoltato due volte l'articolo letto da te per cercare di non perdermi le sfumature che spesso tendiamo come dici tu a non analizzare con sufficiente attenzione.
C'è una cosa per me fondamentale sulla quale bisogna ragionare. È un serio problema il fatto che del gruppo dei 57 "avvisati" nessuno ha chiamato la polizia o perlomeno è andato a controllare cosa stesse succedendo.
Tristemente, ma obbligatoriamente, dovrebbero essere tutti almeno indagati per omissione di soccorso, o mi sbaglio?
Dico tristemente perché mi sembrerebbe ovvio che qualcuno dei 57 avrebbe dovuto reagire, ma visti i fatti ovvio non è e purtroppo dobbiamo ancora fare leva sui castighi per educare.
Chiaramente c'è ancora parecchio lavoro da fare a livello educativo e culturale.
Sono rimasta molto colpita da questo passaggio "Per esempio, si sceglie di omettere che la ragazza avrebbe accettato una cosa a tre all’inizio, o che sarebbe arrivata alla confraternita dopo aver bevuto una decina di drink in tre ore con le sue amiche." Perché se aveva già bevuto una decina di drink prima di arrivare alla confraternita allora lo scenario è ancora più chiaro: perché anche il suo consenso al primo rapporto non è un consenso libero e lucido. Il titolo poi lo trovo volutamente e provocatoriamente evasivo: visto che non si parla in questo articolo di violenza femminile di gruppo il titolo corretto era "violenza maschile di gruppo".