Questo episodio della newsletter è uscito per la prima volta il 14 Marzo del 2024.
Qual è il ruolo delle Madri nel sistema patriarcale?
Parlandone, riconosciamo che la costruzione e la trasmissione del patriarcato passa (anche) dalle donne, che dunque, nel corso del tempo sono diventate (e spesso lo sono ancora, quasi sempre senza accorgersene) complici della propria subordinazione.
Io ho quarant’anni, e non ho fratelli - solo una sorella. Sono, però, circondata da donne più o meno della mia età che mi parlano di quanto le loro madri abbiano “fatto un pessimo lavoro” con i loro fratelli. Queste donne hanno provenienze regionali diverse, vengono da famiglie di classe da medio-alta a bassa, e mi dicono tutte la stessa cosa: le loro madri hanno trattato i fratelli come incapaci di prendersi cura di sé, sempre bisognosi di aiuto, di supporto.
Il risultato, ora che quei fratelli sono uomini adulti, non è sorprendente. Le dinamiche familiari sono difficili da scardinare, e molti di questi uomini continuano a considerarsi - anche quando non vivono più nella famiglia di origine - più titolati a ricevere aiuto rispetto alle proprie sorelle. Alle prese con prove più difficili rispetto a loro, e con più bisogni da soddisfare.
Una delle cose che mi ha colpito molto raccogliendo queste storie, è stata che le donne con cui ho parlato mi hanno sempre parlato del ruolo che le loro madri, più che i loro padri, hanno avuto nel creare questa dipendenza malsana, che spesso rende problematiche anche le relazioni di questi uomini con le proprie compagne - quasi che la vicinanza di ‘un’altra donna’ debba in qualche modo essere giustificata come ‘comunque secondaria’ rispetto all’unico vero legame che un uomo può avere con una donna: quello con la propria madre.
Potrebbe sembrare un modello culturale desueto, non più attuale, me ne rendo conto. Eppure, ho trovato traccia recentemente di questo legame con la madre in una intervista di Geolier, nella quale il rapper di Secondigliano, diceva che non c’è nulla che lui possa fare, nulla che possa dare a sua madre per cancellare il suo debito con lei, perché lei gli ha dato la vita. Descrive la sua dipendenza così:
Pure che io do tutti i giorni della mia vita a mia madre, finchè non muoio, è sempre poco, perché è mammà. Io sto qui a parlare con te perché mia madre mi ha creato.
E Geolier non è certo l’unico rapper a parlare in questi termini della mamma. In un pezzo che racconta di quello che è diventato un topos del rap, Greta Scarselli scrive:
La nuova scuola non chiede niente perché le madri hanno dato già tutto; vuole piuttosto dare indietro, ed è qui che a critiche e mancanze si sostituiscono dediche e promesse. […] La madre diventa quindi motivo di vanto, il raggiungimento di un traguardo: se le compri casa significa che ce l’hai fatta.
Ricordate l’episodio della newsletter in cui vi parlavo della fiaba di Jack e i fagioli magici in cui Jack - in quanto maschio - ha il ruolo di proteggere sua madre nonostante sia solo un bambino? Bene, quel modello persiste, anche nel 2024, ed è uno dei cavalli di battaglia del rap.
Far sparecchiare i maschi per il motivo sbagliato
Negli ultimi vent’anni, grazie al femminismo, sempre più donne - ma temo non abbastanza - hanno iniziato a insegnare ai propri figli maschi a sparecchiare, a mettere una lavatrice, a cucinare e in moltissime lo hanno fatto perché non volevano che il proprio figlio diventasse un giorno un marito, o un compagno incapace.
La ragione più profonda, però, per insegnare a una bambina o a un bambino a prendersi cura di sé (e quella che fa più paura alle madri) è che l’obiettivo di ogni genitore dovrebbe essere quello di rendersi inutile.
Rendersi conto di quale sia la posta in gioco è fondamentale, perché la dipendenza può riciclarsi in molti modi. È del tutto possibile che un figlio che sappia perfettamente occuparsi di tutte le faccende di casa viva in un rapporto di dipendenza psicologica con la propria madre che gli rende difficile prendere decisioni importanti senza consultarla ad esempio.
Privando i propri figli della capacità di occuparsi di se stessi, li si priva di una sorgente di forza che è straordinariamente importante in una vita. Davanti a un lutto, a una separazione, alla perdita di un lavoro… essere in grado di occuparsi delle proprie necessità senza aiuti esterni aiuta le persone a rimettersi in piedi, ad essere più resilienti, a non sentirsi completamente perduti e in balìa di un destino crudele.
Ma perché “diventare inutile” fa più paura alle madri che ai padri?
Ci viene in aiuto una straordinaria sociologa che ha studiato in modo molto approfondito il ruolo delle madri all’interno della civiltà contadina calabrese giungendo a conclusioni che credo siano illuminanti in qualunque contesto. Si tratta di Renate Siebert, sociologa, pupilla di Adorno con il quale si laureò nel 1968, che ha però svolto il grosso della sua attività di ricerca dall’Università della Calabria a partire dal 1974 (chiama il posto nel quale vive tra Cosenza e Lorica, il suo ‘piccolo Tibet’):
La nascita del maschio concede alla donna, seppure come riverbero, una partecipazione allo splendore del principio maschile, principio dominante nella sfera pubblica, e contemporaneamente le dà la possibilità di modellarlo, di legarlo, di renderlo dipendente e di farlo suo per interposta persona nella sfera privata. Attraverso il potere sul figlio maschio la madre si appropria dello splendore del principio maschile, perché è lei colei che l’ha generato.
Il possesso del figlio, agito fatalmente dall’amore materno, rivela così le sue due facce. Si tratta di un possesso esclusivo, goduto nel privato, che gratifica e valorizza la donna in quanto madre e, contemporaneamente, si tratta di una licenza per il figlio di comportarsi da maschio nel sociale – con tutto ciò che da questa licenza deriva per la madre stessa in quanto donna.
Crescere il proprio figlio nell’illusione della sua supremazia significa, per la donna, legarlo a sé, fargli da testimone, da garante della sua superiorità alla quale ella partecipa illusoriamente in quanto madre. Significa anche instillargli, confermargli un disvalore del femminile, al limite un disprezzo per le donne. Valorizzando in questo modo il materno, le madri contribuiscono a svalorizzare il femminile, le donne. Contribuiscono a diffondere una cultura della sopraffazione e della violenza.
Renate Siebert
In altre parole, all’interno del sistema patriarcale esiste un solo ruolo all’interno del quale una donna è considerata ‘indispensabile’: il ruolo di madre. Non a caso, perdere la mamma per dei bambini è considerato infinitamente più tragico che perdere il papà. Quando parliamo di ‘uomo chiave’, d’altra parte, sappiamo bene che stiamo parlando dell’indispensabilità di un uomo all’interno di un processo politico, sociale, economico… la nozione di ‘donna chiave’ rimane un po’ appesa nel vuoto - perché la parola che usiamo per descrivere una donna indispensabile alla riuscita di un progetto è una sola: madre.
Rendersi indispensabile per i propri figli, quindi, è il modo in cui molte donne si difendono dalla propria irrilevanza in qualsiasi altra area della vita in un sistema patriarcale.
In conclusione
Quando parliamo dell’importanza della parità salariale, quando parliamo di quanto sia drammatico il dato del 50% di disoccupazione femminile in Italia, quando parliamo di congedo di paternità e in generale di politiche a sostegno della famiglia che non mettano sulle spalle delle madri il peso intero della crescita demografica di un Paese… non stiamo parlando soltanto di economia, non stiamo parlando di femminismo, o di richieste avanzate ‘per partito preso’ che provengono da persone che per ragioni ideologiche vogliono ‘distruggere’ il modello della famiglia tradizionale.
La cosiddetta ‘famiglia tradizionale’ è espressione di un modello oppressivo e - non sorprendentemente - produce oppressione. Che un essere umano abbia occasione di realizzarsi anche al di fuori dell’ambito familiare è un aspetto che fa straordinariamente bene alla famiglia, perché libera i figli dal ricatto del sacrificio (quello di cui cantano tanti dei rapper di cui sopra).
Ma forse… in un Paese anziano quanto l’Italia, è proprio questo che spaventa.
Ne parliamo?
Mi farebbe molto piacere sapere che ne pensate e qual è la vostra esperienza da madri, da figli, da mariti o padri.
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Sto rileggendo dopo 20 anni un libro che ho amato molto ma che ero leggo in modo completamente diverso la vita è altrove di Kundera. Che c’entra bene il tema che sollevi. Penso anche che finché non hai figli il tuo destino ti viene presentato con lo stesso peso di quello di un uomo e quando diventi madre improvvisamente ne sei magicamente sollevato. E questa è forse una trappola in cui molte donne cadono quando la pressione del destino maschile non riusciamo più a rincorrerla.
Hai verbalizzato un'impressione sui trapper che avevo già dentro di me ma non chiara. Penso anche al ragazzo che è arrivato secondo a Sanremo e ha chiamato la mamma sul palco e a tutte le volte che il duro di turno si appella alla mamma...trovo tutto così stonato, imbarazzante nella sua ripetitività. Non è più spontaneo, è qualcosa che la società dello spettacolo si aspetta. Quanto a me, ho un figlio di 20 anni e io stessa mi sorprendo dal senso di protezione che lui ha nei miei confronti. Da un lato mi gratifica, dall'altro mi rispondo che forse è un modo per fare le prove generali verso la sua futura compagna. Ma io sono figlia unica e non ho avuto molti confronti in casa. Però aggiungo una cosa. A un certo punto il figlio maschio si chiude ed è una cosa giusta, perchè vuol dire che cresce ed evolve fuori dal rapporto con la madre. Ecco, adesso capisco perchè mia nonna faceva da mangiare volentieri a mio padre. Era - ed è così anche per me oggi - come se l'atto del nutrire in qualche modo consentisse di comunicare amore e vicinanza senza le parole.