Due anni fa, ho visitato una serie di scuole superiori dell’hinterland milanese per un progetto di Fondazione Cariplo. Erano scuole di periferia, con alte percentuali di studenti con background migratorio, in cui - mi avevano avvisato - non dovevo scoraggiarmi se capitava che un pezzo del pubblico “facesse un po’ di casino”.
In queste settimane, mi sono chiesta se alcuni degli studenti che avevo incontrato per quel progetto fossero tra i ragazzi che hanno sfondato le vetrine di alcuni negozi nel centro di Milano.
Davanti a questi gruppi di 80 o addirittura 100 studenti, avevo imparato una cosa, molto rapidamente: se volevo attirare la loro attenzione, dovevo parlare di soldi. O almeno, da lì dovevo partire. Le preoccupazioni delle persone che avevo davanti, infatti, erano principalmente economiche; in secondo luogo, si preoccupavano di non deludere i propri genitori.
La storia di come avevo costruito una società milionaria in California diventava l’occasione di parlare di autodeterminazione; la storia di quando, a un certo punto, avevo perso quasi tutto diventava l’occasione di parlare di come si coltiva il proprio carattere in un momento di avversità. Solo dopo essere passata da lì, riuscivo a condividere con un pubblico attento, partecipe, aperto, come queste esperienze mi avevano spinta a cercare un significato più profondo in quello che facevo.
Io vorrei dirvi che la loro attenzione ai soldi era superficiale. Ma non lo penso. Perché ogni volta che metto piede a Milano, anche io penso molto di più ai soldi, vivendo un costante desiderio di abitare spazi più esclusivi di quelli che già frequento. Nella capitale del design, non possiamo credere che questo sia frutto del caso.
Penso che, se c’è una ragione per cui alla fine di quegli incontri sentivo di avere il rispetto di quei ragazzi e di quelle ragazze, era perché non andavo lì a fare finta che basta mettere la testa sotto e impegnarsi e tutto andrà bene. Credo che loro sentissero che non volevo che si sottomettessero al sistema, ma che fossero coraggiosi abbastanza da trovare delle strade impreviste per farlo funzionare in loro favore, e a quel punto magari per riuscire a cambiarlo per quelli e quelle che sarebbero venuti dopo di loro.
“Il sistema non vi prevede,” gli dicevo “ma voi potete usare questa circostanza a vostro vantaggio”.
Nel suo podcast su Il Post, Wilson, Francesco Costa ha intitolato il suo episodio sulle proteste giovanili “Gli adulti possono fare gli adulti?” - e credo che questa sia una domanda molto giusta da farsi, che però non viene affrontata fino in fondo nell’analisi proposta da Costa che, secondo me, ha due importanti angoli ciechi.
Il primo, che approfondiamo nella seconda parte del pezzo, è questo:
la domanda che un adulto dovrebbe farsi quando dei ragazzini dai dodici anni in su si mettono a sfondare vetrine e a saccheggiare negozi a volto coperto è: quello che stanno facendo è in qualche modo coerente col modello educativo che gli abbiamo proposto?
Il secondo, invece, riguarda la risposta della Premier e l’idea di Paese che ne emerge.
Nella situazione in cui siamo, infatti, non basta dire che chi ha sfondato le vetrine non faceva neanche parte della manifestazione (anche se è importante ricordarlo). E non basta dire che chi saccheggia e vandalizza “nuoce alla causa”, o ricordare (per quanto questo pure sia necessario) che l’Italia sui giovani investe pochissimo, rispetto all’enormità che investe sulle pensioni.
Credo, infatti, che non si possa proporre un’analisi politica dei fatti di questi giorni senza soffermarsi sul fatto che la risposta della Premier Meloni è stata riassumibile nella formula “più reati, più soldati, più fermati”.
Il governo sta varando un piano per aumentare la capienza degli istituti penitenziari minorili. Dopo il decreto Caivano del 2023, le presenze negli IPM italiani, infatti, sono aumentate del 50%. Invece di investire nell’educazione di ragazzi e ragazze del nostro Paese, soprattutto di quelli in situazioni più fragili, il piano del governo, apparentemente, è quello di sbatterli in galera.
Se una risposta con questo livello di cecità morale non merita una risposta da parte dell’opinione pubblica, siamo davvero nei guai.
Non è necessario che chi sfonda una vetrina abbia in mente una lucida agenda politica, per rendersi conto che protesta pacifica e violenza nelle strade siano due facce della stessa medaglia. Chi - per classe sociale, istruzione, situazione familiare, colore della pelle - ha anche solo la minima speranza di essere visto e ascoltato, manifesta pacificamente contro il caro vita e la guerra. Chi invece pensa che per quelli come lui questa possibilità non esista, spesso sceglie la violenza.
Costa dice, giustamente, che bisogna fare qualcosa per tutelare l’ordine pubblico mentre ci sono scontri e devastazioni, e che parlare solo di progetti a lungo termine non risolve le necessità che ha una città in cui gruppetti di ragazzini vanno a svaligiare negozi in centro. Questo è senz’altro vero. I dati dimostrano, tra l’altro, che i Paesi nei quali la microcriminalità (o la percezione della sua incidenza) aumenta, si spostano verso leader più autoritari.
Detto questo, che cosa significa “fare gli adulti” se non troviamo il modo di assumerci un pezzetto della responsabilità delle azioni di questi ragazzi di 14 anni?
Il “modello Milano”
Sono cresciuta in un mondo in cui, quando andavi a visitare una città, potevi sederti sui gradini di una chiesa per mangiare il panino che ti eri portato da casa. Oggi, sedersi da qualche parte, fosse anche un gradino, nel centro di Milano senza pagare è impossibile. Idem nel centro di Firenze e in tante altre città italiane.
Comportarsi da adulti significa relazionarsi a fatti come questo, rendendoci conto che questa situazione non era inevitabile, ma che è il frutto della volontà e della classe politica che noi adulti abbiamo espresso negli ultimi 25 anni.
Sto leggendo La città è di tutti, di Elena Granata, e trovo che sia un libro fondamentale, dal quale ogni città europea dovrebbe ripartire, perché racconta come le città moderne siano nate fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo come progetti di educazione alla cittadinanza.
Dopo le due guerre mondiali, le democrazie europee fanno della ricostruzione urbana, e dei suoi servizi pubblici, il simbolo della rinascita collettiva.
È la stagione più alta dell’idea di stato sociale e di “città di tutti” perché si afferma una sorta di fede laica nel progetto urbano come strumento di progresso. L’universalismo dei diritti, tema oggi decisamente fuori moda, sanciva che a ogni cittadino spettasse una quantità minima di beni e servizi che gli garantissero dignità. Il welfare urbano si costruisce su questa promessa: diritto alla casa (edilizia pubblica), diritto all’istruzione (scuole di quartiere), diritto alla salute (parchi e servizi sanitari), diritto alla mobilità (trasporto pubblico), diritto alla socialità (spazi pubblici accessibili). La cittadinanza si misura sulla qualità degli spazi condivisi.
Elena Granata, La Città è di Tutti, Einaudi
Leggendo le pagine di Granata (che è professoressa di urbanistica al Politecnico di Milano) e vedendo sullo sfondo le immagini dei ragazzini che sfondavano le vetrine, non ho potuto fare a meno di chiedermi: se le città sono progetti di educazione alla cittadinanza, cosa hanno prodotto le scelte urbanistiche e dunque educative di Milano?
Mi ha colpito moltissimo un’intervista del 2025 ad Alessia Cappello, assessora al commercio nella giunta Sala, che è riportata nel libro e che ho rintracciato anche su Repubblica. Un giornalista le chiede come saranno i nuovi mercati comunali e lei risponde:
L’esempio che facciamo sempre dal punto di vista del food sono le ciliegie, particolarmente costose. Solo nei quartieri più benestanti hanno senso. In altre zone sarà venduta altra tipologia di frutta.
L’idea di città che c’è dietro queste dichiarazioni non ha nulla a che vedere con lo spazio pubblico come motore di democrazia, di scambio, di progresso di un ideale di uguaglianza.
“Ai ricchi le ciliegie, ai poveri le mele e le pere” scrive Granata.
Per anni lo abbiamo chiamato “modello Milano”. Rigenerazione urbana, partenariato pubblico-privato, social housing, attrattività.
Un quattordicenne del quartiere delle mele e delle pere non ha bisogno di conoscere nessuna di queste formule per capire cosa vogliono dire. Sa benissimo dove sono le ciliegie: dietro una vetrina, in centro.
Se vogliamo comportarci da adulti, non ha senso metterci dalla parte di chi tira il sasso. Abbiamo il dovere di chiederci perché abbiamo deciso che organizzare le nostre città per caste fosse la cosa più naturale del mondo.
I ragazzi e le ragazze che stanno scendendo in piazza si stanno ribellando contro tutti noi, perché queste scelte, questo “modello di sviluppo”, è stato scelto sia dalla destra che dalla sinistra. Non ha molto senso, dunque, cercare di strumentalizzarli per portare acqua al proprio mulino.
Guardiamo il nostro riflesso nella vetrina, e prima di chiederci chi salderà il conto del vetraio, lasciamoci rompere. Lasciamoci interrogare a fondo anche dai gesti più scomodi e faticosi. Poi troviamo il coraggio di rimettere insieme i pezzi in modo diverso.
A giovedì!
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Nel prossimo episodio annunciamo una cosa bella assai (un’altra?!) che faremo con Fondazione Libellula. Preparatevi a un inverno cozy e pieno di ispirazione.



Interessante punto di vista, quello che hai portato in merito al concetto di cittadinanza e modello di citta' che abbiamo creato. Grazie anche per il suggerimento di lettura. Buon lavoro
Ciao Francesca, seguo anch’io Costa e ho capito benissimo cosa intendi quando parli di angoli ciechi. Avendo lavorato lì, in quegli angoli, ho scritto anch’io qualcosa su Substack a tal proposito (se ti va di leggerlo e dirmi cosa ne pensi, mi farebbe piacere). Intanto ti mando un saluto dalla provincia di Taranto e dal suo scirocco! Un abbraccio.