“Tu fai bene se te la senti, ma io proprio non ce la faccio. Io gli uomini li odio. Semplicemente non li sopporto più.”
Da quando ho cominciato a lavorare a Maschi del Futuro, ho incontrato tante donne che mi hanno detto questa frase. Sono di solito donne che lavorano, spesso in industrie creative, tradizionalmente abitate da uomini progressisti, almeno sulla carta. Pubblicitarie, scrittrici, designer, stiliste, producer, politiche, avvocate.
L’aspettativa di chi mi dice queste parole è che io non capisca fino in fondo. Oppure che (beata me) viva in una specie di mondo di Pollyanna, in cui non mi arrivano notizie delle cose terribili che gli uomini fanno ogni giorno. Perché, se capissi la loro frustrazione, se vedessi il mondo coi loro occhi, io questo progetto non lo avrei mai neanche immaginato.
La cosa che sfugge alle donne che mi fanno questa confessione è che, da quattro anni a questa parte, io passo le giornate a studiare pedofili, stupratori, uomini abusanti, soldati che tornano dalla guerra incapaci di riprendere una vita senza violenza, ragazzini terroristi, perché ho smesso di trovare interessante l’eco della mia condanna morale, e ho deciso che forse poteva essere più utile se mettevo da parte il mio sdegno e cercavo di capirci qualcosa in più.
Utile a cosa? A proteggere le prossime vittime, e a porre le basi per un sistema diverso, in cui donne e uomini abbiano la possibilità di esprimere il proprio pieno potenziale.
Sono stanca di vedere il nostro lavoro sminuito, sottofinanziato, cancellato. Sono stanca di vedere che non veniamo consultate per fare le cose importanti, solo per fare quelle piccole ma carine. Sono stanca, esausta, di sentirmi attaccata per il fatto di difendere la mia professionalità, il mio desiderio di vedere il mio lavoro produrre non solo un cambiamento sociale, ma anche un ritorno economico per me e la mia famiglia.
È certo che un pezzo grosso di quegli attacchi, di quella continua erosione della base che ho costruito in 20 anni di carriera viene dagli uomini. Ma la verità è che, in parte, arriva anche dalle donne. E la verità ancora più scomoda è che, in parte, arriva pure da me. Perché, per quanto mi sforzi, io non sono estranea a questo sistema: ci sono cresciuta dentro e ci sono mille modi in cui il patriarcato si riproduce dentro di me ogni giorno. Il mio sforzo maggiore, ho deciso, è provare a smantellare, prima di tutto dentro me stessa, questa modalità di esistenza, per scoprirne una nuova, insieme ai miei lettori e alle mie lettrici.
Io potrei scegliere l’odio.
Potrei scegliere di raccontarvi tutte le volte che un uomo mi ha sminuito in modi che a volte fanno pure ridere perché arrivano a livelli di assurdità che una dice “boh”. Di storie ne avrei tante: piccole e grandi. In momenti di vita quotidiana e durante exploit eccezionali — come quella volta che un investitore, dopo l’esplosione della campagna di lancio dell’edizione americana di Bambine Ribelli, chiese a me e alla mia socia se la campagna l’avevamo fatta noi, “o l’avevamo fatta fare a dei professionisti”. O come quell’altra che il direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria mi spiegò perché secondo lui avrei dovuto costruire uno studio di registrazione podcast, mentre eravamo seduti nel mio studio di registrazione appena inaugurato.
A un certo punto, però, è necessario chiederci non solo se una storia è vera: queste senz’altro lo sono. Ma quali delle mille storie che attraversano la nostra vita ogni giorno ci conviene raccontare? Quali ci mettono nelle condizioni di fare qualcosa e quali ci confinano al ruolo di vittime?
È vero che sono stata sminuita. È vero che essere una donna rende tante battaglie molto più difficili. È vero che esistono strutture di potere odiose che condizionano la mia vita, e che condividere queste storie è importante perché ci permette di capire che i problemi che affrontiamo non sono individuali, ma sistemici.
Allo stesso tempo, questa storia non può essere l’unica che racconto a me stessa. Perché se ogni cosa che mi succede diventa soprattutto la conferma di quanto poco potere io abbia - quella narrazione finisce per spuntare proprio le armi che mi servono per difendere e ampliare più che posso il perimetro della mia libertà.
Se c’è UNA COSA che mi hanno insegnato le Bambine Ribelli è che perfino nelle condizioni più dure, la Storia la cambia chi usa ogni singolo centimetro della sua libertà e combatte prima di tutto quelle voci interne che vivono dentro ognuna di noi per zittirci, per relegarci al ruolo di vittime, o di sante che devono essere venerate da tutti per essere degne della salvezza, oppure di personaggi subalterni di una Storia che in fondo appartiene e apparterrà sempre a qualcun altro.
In questo periodo sto finalmente guardando su Netflix “Il racconto dell’ancella”, che finora non avevo mai avuto la forza di vedere. Fa impressione perché purtroppo è più attuale oggi di quando è uscito, ma fa impressione anche perché la più grande qualità di June, la protagonista interpretata da Elisabeth Moss, è la capacità di mantenere un senso di sé in un sistema progettato per farlo perdere a chiunque lo abiti, per trasformare tutti in funzioni dell’apparato dello Stato totalitario di Gilead.
I momenti che mi colpiscono di più sono quelli in cui si manifesta la capacità di June di provare compassione per le persone che la tengono prigioniera, che abusano di lei, che la calpestano.
E voglio essere precisa: compassione non significa assoluzione, né significa perdono. La violenza rimane violenza. Resta però possibile riconoscere nell’altro un essere umano anche mentre si vede con perfetta chiarezza il male che sta facendo.
Mi colpiscono questi momenti perché sono quelli in cui, regolarmente, si aprono scarti nella traiettoria della vita dei personaggi, che altrimenti sembrerebbe già segnata, priva di sorprese, di possibilità di crescita, di linfa. Nel momento in cui qualcuno smette di essere soltanto “il carnefice”, “la vittima”, “la moglie”, “l’ancella”, torna ad apparire una possibilità.
Ma June non prova solo compassione.
Prova una rabbia profonda, e parte della ragione per cui questa serie straordinaria è diventata così iconica è che lo sguardo di Elisabeth Moss è uno sguardo in cui moltissime di noi hanno trovato un pezzo della propria furia.
Ogni volta che June perde la capacità di provare compassione per gli altri, ogni volta che la sua furia è cieca, si perde. Diventa lei stessa uno strumento di violenza.
È questo binomio che mi interessa: rabbia e compassione.
Perché la rabbia senza compassione può trasformare le persone in categorie, mentre la compassione senza rabbia può farci accettare l’inaccettabile. Insieme, però, possono diventare uno strumento di trasformazione.
Noi possiamo usare la nostra rabbia per odiare e per incitare gli altri all’odio. Possiamo sfogarci. Oppure possiamo chiamare “compassione” la nostra paura del conflitto e lasciarci annientare. Possiamo finire per abitare così a lungo il racconto di ciò che ci è stato fatto da non riuscire più a immaginare chi siamo al di fuori di quel racconto.
Possiamo tessere le esperienze più buie della nostra vita, quelle in cui gli altri ci hanno deluso, fatto incazzare, tradito, svilito, e tesserle insieme, offrendo agli altri una trama della realtà in cui ciò che ci lega è il desiderio di farci male. Di consumare, finalmente, la nostra vendetta.
È una scelta molto popolare di questi tempi. A tal punto che Meloni rincorre Vannacci, avanzando una proposta, quella del tetto massimo di studenti che non parlano italiano, che - se fosse progettata con amore e presentata con la cura necessaria - potrebbe essere una misura che tutela la qualità dell’istruzione pubblica. E invece viene formulata in modo superficiale e usata nella comunicazione come una vendetta consumata sulla pelle (letteralmente) delle persone più vulnerabili in assoluto nel Paese: i bambini dei migranti.
Pensiamo (e diciamo) che la sanità, il clima, la redistribuzione della ricchezza, la nostra democrazia… tutto “andrà sempre peggio”, come se non fossimo noi a decidere dove andranno queste cose.
Abbiamo scelto il cinismo e l’indifferenza. Credevamo che i nostri figli non se ne sarebbero accorti?
Ci meravigliamo dei ragazzini che si radicalizzano online e aggrediscono le proprie professoresse, contagiati da un’ideologia che affonda le sue radici proprio nel nichilismo accelerazionista: se tutto andrà male, allora facciamo in modo che vada più in fretta possibile, sembrano dire questi ragazzi.
Credo che il nostro dovere sia di ricordarci gli uni le altre che l’odio non è l’unica scelta che abbiamo.
Possiamo usare rabbia e compassione insieme per dare spazio, e luce, a tutte quelle esperienze che vanno nella direzione opposta a questa. Possiamo prenderci la responsabilità di creare degli spazi in cui si possa incontrarsi in modo diverso. Oppure possiamo non inventare nulla, ma riappropriarci di riti dai quali ci siamo allontanati perché volevamo essere urbani, cool, e perché abbiamo creduto alle promesse dell’individualismo degli anni 2000.
Possiamo andare ovunque e cercare complici improbabili con i quali e con le quali creare non “community” ma “comunità”. Partendo dai nostri condomini, dai nostri vicini di casa. Troveremo che siamo circondati da uomini e donne, persone, che sono stanche come noi, piene di rabbia e compassione, come noi, o forse in modi un po’ diversi dai nostri, perché ognuno ha la sua personale stanchezza che si porta dietro. E il punto della democrazia non è poter stare solo con chi è uguale uguale a noi.
Forse è proprio questo che sto cercando di fare con Maschi del Futuro.
Non voglio convincere me stessa né voi che gli uomini siano migliori di quello che sono. Né che lo siano le donne. Non voglio trovare attenuanti per crimini odiosi. Voglio ricordarmi e ricordarvi che ridurre un’intera categoria di persone ai suoi comportamenti peggiori è moralmente sbagliato e strategicamente stupido.
L’odio ha una caratteristica seducente: semplifica moltissimo il mondo. Divide buoni e cattivi con linee precise, che rendono tutto facile. Ci dicono sempre da che parte stare, ci permettono di identificare i nemici con estrema rapidità, e non importa se tra loro capita qualche innocente. Non si può perder tempo a fare troppi distinguo.
La compassione complica tutto.
Ci impone di perdere tempo. Di entrare nelle cose, di fermarci prima di emettere una sentenza.
È in quella pausa che si sconfigge il patriarcato.
È quella pausa che mi costringe a chiedermi non soltanto che cosa hanno fatto gli altri a me, ma che cosa faccio io agli altri. Dove uso il potere che ho. Dove riproduco le stesse logiche che riconosco così facilmente quando sono io a subirle. Dove nascondermi dietro la mia ferita diventa una scusa per evitare la mia responsabilità.
Quando questa responsabilità incontra la rabbia, cambia natura.
A quel punto la rabbia non è più soltanto una cosa che brucia.
Diventa energia.
Energia per costruire un’impresa diversa da quelle che mi hanno fatto incazzare. Per offrire a qualcuno opportunità che a me non sono state offerte. Per accorgermi di una persona che in una stanza nessuno sta ascoltando. Per cambiare idea quando mi accorgo che sono io quella che sta facendo del male. Per continuare a credere che le persone possano diventare qualcosa che ancora non sono.
Quando una donna mi dice: “Io gli uomini li odio”, dunque, non penso che non abbia capito qualcosa. Spesso penso che abbia capito moltissimo e capisco intimamente la tentazione di chiudere il caso, di raccogliere tutte le prove, pronunciare la sentenza e finalmente smettere di sperare.
Solo che io non voglio.
Perché mi fa sentire più viva chiedermi:
se questo mondo possiamo cambiarlo, qual è una cosa grande che posso fare io per dare il mio contributo?
A giovedì!
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Un workshop di autobiografia e autodifesa ad Undercats Studios, a Roma
Si intitola “Difendi la tua storia”, ed è un percorso che combina una meditazione e degli esercizi di scrittura guidati da me, con un seminario di autodifesa con la campionessa di kickboxing, parte della nazionale italiana, Marlen Cirignaco (che è pure mia moglie). È aperto a uomini e donne. I partecipanti si immaginano anziani, soddisfatti della vita che hanno vissuto, e lavorano per identificare cosa devono imparare a difendere per imprimere alla propria vita una traiettoria ricca di significato. È una cosa un po’ inusuale, ma molto emozionante e divertente che proponiamo a Roma agli Undercats Studios, sabato 17 ottobre. Trovate i biglietti qui.
Prossimi appuntamenti dal vivo
4 ottobre al Festival Hey Man al Monk, Roma
11 ottobre ospite del podcast Svergognate al Monk, ore 19.30 Roma
15 ottobre ospite del podcast On Stage Pigneto ore 21.00 a Roma
23 ottobre a Brescia, ore 11, Università degli Studi per “In nome loro”
30 ottobre a Gonnostramatza, OR per “Le giornate di Carla”



Grazie. Le tue newsletter hanno la capacità di mettere in discussione quello che penso. Una preziosa rarità
Ricordo il giorno che incrociai questa newsletter. Lessi per l'ennesima volta la parola “patriarcato” e, frustrato ed esausto, diedi addosso a Francesca nei commenti fraintendendo totalmente il suo messaggio e le sue intenzioni. Lei mi rispose con fermezza, ma dandomi spazio e attenzione, come fa con chiunque. Sono proprio contento che non la rigettai ma ne venni incuriosito e lessi altri numeri: capii esattamente quello che di diverso Francesca stava cercando di fare e, nel tempo, anche la mole di lavoro che c'era dietro. Ed è diventata nel giro di poco una delle newsletter che aspetto con più ansia, non tanto (non solo) per il contenuto, ma per il modo che ha Francesca di trovare ragionamenti alternativi a situazioni complesse, aprire porte, gettare nuove luci e illuminare diversi punti di vista. Alle volte rimango estasiato, altre non sono d'accordo, ma non significa niente: perché la qualità non si giudica dal messaggio, ma dal modo in cui è veicolato. E quello che sta facendo, e ha fatto in passato, Francesca, con le sue sole forze, con il potere del suo cervello e la sua forza di volontà, senza appoggi o spinte esterne, è qualcosa di fenomenale. E che noi possiamo usufruirne liberamente qui in una newsletter è incredibile. Tutta la sua professionalità si esemplifica nel suo impegno, costanza, passione e i risultati che porta a casa. E che tu sia stanca, Francesca, lo capisco: ma non hai bisogno che te lo dica io che non è una lotta contro i mulini a vento, e che quello che fai è di enorme importanza e avrà un pesante impatto sul futuro, ancora più di quello che sta avendo nel presente. Grazie!