Se virilità e letalità coincidono
Nella rappresentazione della maschilità incarnata da Vannacci, ma anche dai fratelli Tate, e dal Ministro della Guerra americano c'è una sete di morte: perché?
Nella scorsa settimana sono successe tre cose: due negli Stati Uniti e una in Italia che secondo me raccontano un aspetto interessante del modo in cui virilità e morte si stanno saldando nella rappresentazione caricaturale del maschile che sta raccogliendo discreti successi.
Il ministro della difesa americano, Pete Hegseth, (che aveva già cambiato il suo titolo da segretario della difesa a segretario della guerra) ha detto che i membri delle forze armate americane saranno testati per tenere sotto controllo il loro livello di testosterone, così che chi ha un livello di testosterone più basso possa accedere (su base volontaria) a una terapia sostitutiva.
Nel video con cui ha annunciato questo cambiamento, Hegseth ha detto che è necessario per assicurarsi che i militari americani siano il più “letali” possibile.
Da un punto di vista scientifico, non c’è nessuna validazione né del fatto che un test generalizzato del testosterone sia attendibile o una buona idea, né del fatto che soldati con più testosterone siano “più letali”. L’insufficienza di testosterone o ipogonadismo è una condizione abbastanza rara che riguarda solo il 2% degli uomini, secondo l’associazione americana degli urologi. Ma, a causa di un’industria che vende integratori di ogni tipo attraverso podcast e canali Youtube, si è creata nella popolazione l’impressione che si tratti di una condizione molto più diffusa.
Amministrare il testosterone o assumerlo quando non si è in condizioni di ipogonadismo aumenta il rischio di infertilità, ictus e infarto. Del modo in cui il testosterone influenza il comportamento, abbiamo parlato in questo episodio.
Mi ha fatto molto riflettere l’idea che un segretario della difesa usi come parametro principale per la salute delle forze armate la “letalità” delle persone sotto di sé, e non per esempio il coraggio, l’integrità, lo spirito di servizio, la lealtà, lo spirito di sacrificio.
È un’idea, questa della “letalità” come misura del valore, che il generale Vannacci ha ripreso in un video creato con l’intelligenza artificiale nel quale lui appare nei panni di un imperatore romano che manda a morte i suoi avversari politici davanti a un Colosseo traboccante di un pubblico assetato di sangue.
I fratelli Tate sono stati arrestati in Florida perché si sono aggiunte nuove accuse di donne che sono state soffocate, stuprate e costrette a prostituirsi. I due, come rivela un’eccezionale inchiesta del New Yorker, ripresa in italiano da Valigia Blu, non solo attiravano giovani donne con l’inganno per poi rinchiuderle in case in cui le costringevano a sfornare video porno per il loro impero digitale, ma insegnavano anche ad altri uomini a fare lo stesso: più di 160.000 “studenti” hanno partecipato ai loro corsi per magnaccia (li chiamavano così, Pimping Hoes Degree), presentati come uno strumento di emancipazione maschile.
A leggere le testimonianze delle decine di donne che hanno denunciato i fratelli Tate, e a sentire i contenuti che lo stesso Andrew pubblica ormai da anni online con la complicità delle piattaforme che guadagnano sulla sua propaganda, pure loro misurano la propria virilità sulla capacità di essere letali, di soffocare, picchiare, terrorizzare le donne che hanno la malaugurata sorte di incrociare il loro cammino.
Da dove viene questa sete di morte e quando è diventata sinonimo di virilità?
Nessuna tradizione militare seria ha mai sostenuto che la capacità di dare la morte fosse la virtù più alta di un uomo: disciplina, autocontrollo, responsabilità, onore, hanno sempre fatto parte dell’ethos del guerriero, perché una forza senza controllo è semplicemente violenza.
Quello a cui stiamo assistendo oggi viene raccontato come un “ritorno alle origini del maschio”, ma è qualcosa di diverso che ha una nota profondamente disturbata. La letalità non viene presentata come un mezzo necessario in circostanze eccezionali, ma come un’identità desiderabile. La capacità di uccidere è sganciata da qualsiasi necessità, è puro spettacolo.
Questa versione della virilità, d’altra parte, non esiste senza un pubblico che applaude, perché non ha senso di esistere se non attraverso la lente della performance. È per questo che rispondere alle sfide di Vannacci come se fossimo nel cortile di una scuola media non fa che alimentare questo meccanismo perverso (qualcuno lo dica a Matteo Renzi).
Che cosa sta succedendo? Beh, il sangue, come il sesso, vende.
Lo sa Hegseth, lo sa Vannacci, lo sanno meglio di tutti i fratelli Tate.
Viviamo in un’economia in cui l’attenzione è la risorsa più preziosa, e le piattaforme premiano sistematicamente ciò che provoca una risposta emotiva immediata.
In questo mercato, il sangue è un contenuto che funziona. Come il sesso, cattura lo sguardo prima ancora che il cervello abbia il tempo di reagire. E quando il pubblico si abitua, bisogna alzare continuamente la posta.
È la stessa logica che porta un segretario della Difesa a parlare di “letalità”, un generale a immaginarsi imperatore davanti a un Colosseo digitale e un influencer come Andrew Tate a costruire un impero economico raccontando la violenza contro le donne come un segno di successo maschile. In tutti e tre i casi, la brutalità è diventata una strategia di engagement.
Il problema è che ogni volta che premiamo con la nostra attenzione la performance più estrema, il confine di ciò che appare normale si sposta un po’ più in là. È così che funzionano i social.
Il video di Vannacci mi ha messo a disagio perché, andandolo a vedere sul suo profilo, di fatto mi sono trovata tra le fila degli spettatori inferociti che urlavano dagli spalti.
Il Colosseo siamo noi. Siamo sempre stati noi.
Ogni visualizzazione, ogni commento indignato, ogni condivisione scandalizzata aggiunge un altro spettatore a quell’arena. Poco importa se stiamo applaudendo o fischiando: la piattaforma registra soltanto che siamo rimasti a guardare.
I social hanno reso infinitamente scalabile un meccanismo che gli antichi romani avevano compreso: la violenza può essere uno strumento di potere, ma è anche un formidabile spettacolo capace di catturare l'attenzione e trasformarla in consenso.
Allora come oggi, la violenza era un potentissimo diversivo per far sì che - per il tempo dello spettacolo - i poveracci negli spalti si dimenticassero di quanto miserabile fosse la loro condizione e applaudissero il fatto che, per quel giorno, ad essere sacrificati non erano loro.
Oggi non serve essere un imperatore per organizzare i giochi. Basta uno smartphone, e la disponibilità a spingersi un po’ più in là degli altri.
Così la crudeltà diventa una strategia di crescita. Ogni provocazione deve superare la precedente. Ogni gesto deve essere più scioccante, ogni dichiarazione più estrema.
Hegseth, Vannacci e Andrew Tate parlano a pubblici diversi e perseguono obiettivi diversi, ma hanno capito tutti la stessa cosa: nell’arena digitale la morte cattura lo sguardo.
E più noi restiamo a guardare, più l’arena si allarga.
La democrazia si sta trasformando. Ogni giorno, con la nostra attenzione, votiamo per il mondo che vogliamo vedere. Votiamo attraverso ciò a cui scegliamo di dedicare il nostro tempo, la nostra curiosità, la nostra indignazione. Votiamo molto prima di entrare in una cabina elettorale, prima ce ne accorgiamo e meglio è.
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Ciao Francesca, di solito sono d'accordo con quello che scrivi. In questo caso invece sono estremamente d'accordo. Credo che il concetto che oggi tutto venga regolato dal modo in cui funzionano i social sfugga ancora a parecchi. Il tirarsi fuori dalla massa di persone che quei video li va a vedere fa ancora sentire molti come se si stessero defilando dalla battaglia contro questi contenuti. Il senso di colpa per non essersi fatti rispettare, per aver perso l'occasione di mettere questi mentecatti "al loro posto" con un commento che ristabilisca il giusto ordine é ancora forte e ci fa aimé dimenticare che l'arma più potente che abbiamo oggi é proprio l assenza da quegli spazi.