Perché ci sposiamo?
Una riflessione sul perché abbiamo bisogno di riti, e sul diventare adulti, che passa anche da "Due Spicci" di ZeroCalcare
E così, lo scorso 18 giugno, io e Marlen ci siamo sposate.
La cerimonia è stata in un bosco in Salento, col sole del pomeriggio che filtrava tra i rami fitti degli alberi, e un vento leggero che faceva volare i piumini delle pampas che il fioraio aveva usato per decorare lo spazio.
Circa un centinaio di persone, i nostri parenti e amici più stretti, hanno preso posto nelle sedie di legno e paglia disposte davanti a due semi-archi di fiori, sotto i quali ci aspettavano due amici, visibilmente emozionati: un prete, e un officiante civile.
Quando devo prepararmi a un evento particolarmente denso di quel tipo di emozioni che ti fanno sentire come se un’onda ti travolgesse cappottandoti, faccio così: lo visualizzo nel dettaglio, spesso anche accompagnandolo a una colonna sonora strappalacrime. E piango. Mi lascio travolgere dall’emozione, una, due, cinque, otto, dieci volte, identificando quali sono i momenti che mi toccano più nel profondo.
Mi sovraespongo a quell’emozione in modo che, quando poi il giorno dell’evento arriva, riesca a vivermelo a pieno, senza essere disarcionata dalla commozione.
È una tecnica che mi è stata molto utile quando mi sono sottoposta a un intervento molto delicato quattro anni fa (avevo identificato come momento critico quello in cui mi portavano via con il lettino dalla camera alla sala operatoria), e mi è stata utilissima anche il giorno del mio matrimonio.
Per questa giornata, il momento che avevo identificato come codice rosso era quello in cui avrei visto Marlen vestita da sposa nel bosco mentre la direttrice del coro di cui avevo fatto parte da adolescente, cantava - questa volta per me, per noi - l’Ave Maria di Schubert.
Per la maggior parte del tempo, ci dimentichiamo di essere vivi.
Ci abituiamo, lo diamo per scontato, non ci soffermiamo a pensare a cosa significhi il fatto che potevamo essere un pugno di atomi nel nulla, e invece siamo qui con un mazzolino di fiori in mano e le persone per noi più importanti, un pomeriggio al confine tra la primavera e l’estate, e vediamo apparire tra gli alberi la donna che amiamo vestita di bianco, che sta venendo a sposarci.
Forse, dimenticarci che siamo vivi o darlo per scontato serve, anzi quasi sicuramente serve. Neanche i più grandi maestri zen sarebbero capaci di sostenere tutti i giorni il grado di meraviglia che si prova a guardarla arrivare, c’è stata una folata di vento che le ha fatto volare il velo, e lei si è voltata per prenderlo, e un raggio di sole l’ha raggiunta e se non avessi pianto così tanto sui treni nei mesi precedenti a questo momento - immaginandolo ma non così bello - con l’Ave Maria in cuffia, a questo punto mi sarei persa il resto, sarebbe stato troppo.
E invece la mia tecnica ha funzionato ancora una volta. L’ho vista venirmi incontro e la luce che c’era nei suoi occhi, che filtrava tra i suoi capelli che si confondevano coi rami, non mi ha abbagliato, mi ha solo fatto sentire che eccoci. Ci siamo. Sta succedendo. Sono viva.
Quando ho iniziato a interrogarmi su cosa significasse celebrare un matrimonio, ho capito abbastanza presto che la lettura degli articoli del codice civile, anche se accompagnata da un momento “più emozionante” come la lettura di lettere d’amore, o un discorso commovente da parte del celebrante… non avrebbe catturato quello che quel momento rappresentava per noi, quello che volevamo che rappresentasse.
La celebrazione di un’unione civile manca completamente di un aspetto rituale, e liturgico. L’aridità della lettura degli articoli viene di solito compensata dalla condivisione di un momento di vulnerabilità emotiva che ha lo scopo di indurre nei presenti uno stato di apertura reciproca e di celebrazione di quei momenti in cui il nostro cuore riesce ad aprirsi all’altro di qualche grado in più rispetto al quotidiano. Tutto questo è molto bello, ma non è abbastanza nel momento in cui si crede - come nel nostro caso - che il matrimonio sia non solo una festa per celebrare l’amore tra due persone, ma l’atto fondativo di una famiglia nuova.
Antropologicamente, il rito svolge una funzione precisa: determina l’attraversamento di una soglia. Se un rito “funziona”, genera non solo nei protagonisti, ma anche in chi partecipa, un cambiamento tra il prima e il dopo. L’obiettivo del rito non è quello di “celebrare” un passaggio, ma di renderlo possibile.
«Per i gruppi, come per gli individui, vivere significa continuamente disgregarsi e ricostituirsi, cambiare stato e forma, morire e rinascere. È agire e poi fermarsi, attendere e riposare, per poi ricominciare ad agire, ma in modo diverso. E ci sono sempre nuove soglie da varcare.»
— Arnold van Gennep, I riti di passaggio
Per creare il nostro passaggio, abbiamo scelto una lettura dal libro della Genesi, il sogno di Giacobbe. Giacobbe si addormenta in un luogo qualunque, non è un posto che ha scelto, è semplicemente quello in cui si trova. Ed è proprio lì che si apre la porta del cielo.
Abbiamo scelto questa lettura perché la nostra speranza è di ricordarci che la porta del cielo è sempre nel luogo in cui ci troviamo, e non in qualche posto da raggiungere solo quando le condizioni intorno sono perfette.
Poi abbiamo scelto una lettura dalla prima lettera di Giovanni e un brano del vangelo, sempre da Giovanni, l’evangelista che ha descritto l’amore come dimora.
Ci siamo dette: “chi può mandarci i carabinieri perché stiamo pregando in un bosco, il giorno del nostro matrimonio? In che modo staremmo offendendo Dio, se desideriamo invocarlo nel giorno in cui fondiamo la nostra famiglia?”
Il sacerdote che era con noi non ha celebrato il nostro matrimonio (di quello si è occupato l’officiante civile) ma ha letto il vangelo, ha fatto un’omelia e ha pregato insieme a noi.
Non ci siamo limitate a scegliere i testi sacri da leggere, ho anche scritto i raccordi tra le varie parti della cerimonia e ho scritto un rito di fondazione della famiglia che coinvolgeva i nostri quattro testimoni: la solennità è data da una scelta precisa e pesata delle parole, da una sequenza controllata che non può essere affidata all’ispirazione del momento.
Il rito del matrimonio non è soltanto un modo di celebrare l’amore tra due persone. È un momento in cui una coppia fonda, davanti alla propria comunità, una nuova casa. È un momento in cui due persone aggiungono un posto nuovo, una dimora non solo per sé e per i propri diretti discendenti, non solo per i propri parenti, ma anche per coloro che frequenteranno quella dimora da amici, per quelli che la attraverseranno per un periodo o anche solo per un’ora.
Capite dunque quanto è grave negare l'istituto del matrimonio alle coppie omosessuali? Non si tratta 'soltanto' di genitorialità, o di reversibilità della pensione, o di eredità. Si tratta della possibilità di riconoscere a due persone dello stesso sesso la capacità di essere casa all'interno di una comunità.
Accanto alla rivendicazione dei diritti, c’è questa rivendicazione spirituale che per me era cruciale. La nostra cerimonia non doveva limitarsi a celebrare l’amore come sentimento, doveva presentare la nostra famiglia davanti alla nostra comunità come una nuova casa, un nuovo punto di riferimento. Volevamo prenderci la responsabilità di essere un nucleo nuovo sulla mappa.
Queste sono cose grosse. È difficile dirsele fuori dalla cornice simbolica del rito. Richiedono di essere prese sul serio, richiedono che il contesto segnali in ogni modo possibile che oggi non è un giorno come gli altri. Richiedono che chi ci sta intorno non abbia dubbi sul fatto che quello che sta accadendo è importante.
Oggi facciamo di tutto per sfuggire a momenti come questo.
Vogliamo essere cool, che significa “freschi”, vogliamo sempre un po’ nascondere ciò che è davvero importante perché temiamo di essere giudicati, perché “sono cose private”, perché non vogliamo che gli altri pensino che ci prendiamo troppo sul serio.
Tendiamo a diffidare in particolare dei riti che ci collegano alle generazioni che ci hanno preceduto. Per la prima volta nella Storia, parliamo di generazioni soltanto in senso orizzontale, sentendoci più collegati a degli estranei con i quali condividiamo null’altro che un anno di nascita, che ai nostri antenati. A coloro dei quali noi saremo antenati, neanche ci pensiamo.
Da sempre, il matrimonio è anche un rito di passaggio all’età adulta. Con il matrimonio rivendichiamo un’autorialità sulla nostra vita, rivendichiamo l’idea di intervenire in modo diretto sulla storia delle famiglie dalle quali proveniamo, di decidere in che modo continueranno.
Nelle settimane precedenti al matrimonio, ho guardato l’ultima serie di ZeroCalcare, Due Spicci. Nella serie, Zero ha ormai quarant’anni, le responsabilità ci sono, i conti da far quadrare pure - gli adulti però continuano ad essere i genitori, perché Zero non riesce neanche a immaginare di poter “reggere” la responsabilità per qualcun altro che non sia se stesso.
Conosco tante persone così, e a volte sono stata così anche io: non ragazzini, ma adulti a tutti gli effetti che continuano a vivere in una specie di sala d’attesa, sospesi in un presente che non li ha mai davvero investiti di nulla. Nessuno gli ha mai detto, da oggi la tua parola conta, da oggi qualcuno può appoggiarsi a te. Né loro hanno voluto rivendicare il diritto di dirlo. E quando manca quel momento - quel giorno preciso in cui la comunità si ferma e ti riconosce come qualcosa di nuovo - l’età adulta non arriva mai del tutto. Arriva solo l’anagrafe.
Parliamo molto delle condizioni economiche che hanno determinato questa situazione, ma molto poco delle condizioni culturali che hanno reso i riti qualcosa di sfigato e la capacità di estendere il più possibile la propria adolescenza come la condizione più desiderabile.
Molti quarantenni oggi non vogliono essere padri, non nel senso che non vogliono avere figli (forse anche), ma nel senso che non se la sentono di essere per la propria comunità quel punto di riferimento che un padre o un marito dovrebbe essere.
Quando mia moglie mi ha messo la fede al dito, ho sentito che qualcosa cambiava in me. Che una parte di me era persa per sempre, e che le mie radici stavano affondando in un luogo dal quale non sarà così facile scappare. C’è una gioia profonda, certo, ma anche la sensazione di un passaggio di stato che porta con sé quel tipo di nostalgia che ci segnala che siamo in movimento. Mi sono guardata la mano sinistra, e ho pensato alla mano di mia madre. Ho pensato che non so quasi nulla di chi era mia madre prima che mio padre le mettesse la fede al dito, e che - se avrò dei figli - loro non avranno idea di chi ero io prima di questo momento.
Ho pensato che per molto a lungo questo passaggio di stato alla mia generazione è stato raccontato come uno scacco matto al quale cercare di sottrarsi in ogni modo possibile. In particolare per gli uomini.
Come la fine di qualcosa, mai come l’inizio.
Chi è credente si sposa per radicare il proprio impegno d’amore in Dio (è per questo che chiamo il nostro “matrimonio”). Ma ci sposiamo, io credo, anche per rivendicare il diritto a un nuovo incipit. Ci sposiamo per ricrearci, e per ricreare un pezzo di mondo nel farlo. Ci sposiamo un po’ anche per dirci “siamo vivi, tocca a noi”.
Il matrimonio non è l’unico modo per farlo. Ma è uno.
Forse chi ci ha preceduto ha sbagliato in modi che non vogliamo riproporre, e allora rifiutiamo in toto il ruolo. Però, ripetere i gesti rituali che chi ci ha preceduto ha compiuto prima di noi, è un modo di dire “raccolgo la vostra eredità e adesso tocca a me di scegliere cosa farne”.
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Alcuni articoli:
Su Donna Moderna c’è una intervista doppia a me e Marlen, firmata da Federica Furino
Su Vanity Fair, trovate un pezzo che ho scritto io dal titolo “Davanti a Dio”
Su Repubblica è uscita una intervista di Erika Cuscito
Su Gay.it un lungo articolo
Sul Corriere Salentino un pezzo molto poetico e anche su La Voce di Manduria




Cara Francesca, la sovraesposizione all'emozione, il ricordo di essere vive e vivi, il mazzolino di fiori, il Salento (yes!): davvero grazie per tutte queste emozioni che mi hai fatto (ri)provare. Credo che le emozioni siano un altro dei motivi per cui ci siamo un po' dimenticati dei riti: il rito ti "costringe" a riavvicinarti alle tue emozioni e noi non siamo più abituati a farlo, non è cool per niente nelle nostre vite così funzionali. Fortunatamente un manipolo di psicologi, terapeuti, professionisti soprattutto dell'infanzia stanno insistendo tanto con i nostri bambini e ragazzi perché imparino a riconoscere le emozioni. Perché siano vivi, come dici tu, e come troppo spesso non siamo noi. Grazie per aver condiviso questi momenti e tantissismi auguri a voi due. 🍀
Articolo meraviglioso. Le tue parole, come al solito, sono perfette. Hai un modo di accendere riflessioni significative con un passo delicato che è come una carezza per chi legge.
Tornare a chiedersi a cosa serva la ritualità nei passaggi importanti della vita può essere un grande strumento per fare comunità e cultura. Quello che hai fatto nel disegnare con questo livello di cura il tuo matrimonio non è importante solo per voi e la vostra comunità stretta. È importante per tutti noi. Grazie, grazie, grazie 🙏🏻
Francesca G.