“Funzionavamo come coppia”, mi dice un mio amico sconsolato davanti a un bicchiere di vino, “ma non funzioniamo come coppia genitoriale. Finché non arrivano i figli, non hai un’idea di che tipo di genitore sarai, e se il modo in cui sei sarà più o meno compatibile con quello del tuo partner.”
Mentre Fabio (nome di fantasia) mi racconta sconsolato della crisi della sua relazione, penso che mio padre o i miei zii abbiano affrontato altri problemi nel loro matrimonio, ma non questo: è stata mia madre a decidere come io e mia sorella dovevamo essere educate. È stata lei a stabilire cosa dovevamo mangiare, quali attività fare il pomeriggio. Era lei a parlare con i nostri insegnanti e lei a impartire la disciplina. Non fraintendetemi: mio padre è stato presente. Giocava con noi, spesso ci veniva a prendere da scuola, ma l’educazione mia e di mia sorella non è stata frutto di una negoziazione tra i miei genitori.
Non è così per molte delle coppie di genitori che incontro oggi.
Se è vero che la cura dei figli ricade ancora sproporzionatamente sulle donne, è anche vero che i padri non sono mai stati così partecipi dell’educazione dei figli (e questo è un dato senz’altro positivo, sia per i bambini che per i padri stessi) - è vero anche che questa partecipazione porta con sé il bisogno di sviluppare competenze che ai nostri genitori non erano richieste.
Chiedo a Fabio quali sono i motivi di litigio, e le sue risposte sono molto simili a quelle che mi ha dato Lorella (altro nome di fantasia) qualche settimana prima: lei e suo marito hanno avuto un’educazione molto diversa. Di solito, fra le testimonianze che ho raccolto, c’è un partner affezionato alle regole, e l’altro… alle eccezioni.
“Gli dico che visto che ha picchiato sua sorella non potrà vedere la tv,” mi dice Lorella disperata, “e mezz’ora dopo trovo il bambino davanti al suo cartone preferito.” Fabio litiga col suo partner perché lui la dà vinta su tutto ai loro due bambini: “gli fa mangiare le caramelle, quando io ho detto che non potevano, e gli compra troppi giocattoli. Mi fa perdere ogni autorità con loro e crescono senza limiti, questa cosa mi fa sentire a disagio: io non voglio che i miei figli crescano così.”
Quando due persone devono decidere insieme come si cresce un figlio e non hanno mai visto nessuno farlo, ognuno dei due usa l’unico copione che ha: quello di casa sua. Ma non lo riconosce come copione, quello che “gli viene” di fare appare semplicemente come “buon senso”. Questo vale per tutti e due i genitori. Quando questi due modelli entrano in conflitto, la posta in gioco non è solo l’educazione dei propri figli (come se non fosse abbastanza).
Il conflitto sull’ora a cui mandare i bimbi a nanna diventa rapidamente un modo feroce di criticare il partner: la tua famiglia sbagliava e infatti tu sei venuta/o su storto/a, non voglio che i nostri figli vengano su come te.
Chi di noi vorrebbe sentirsi dire una cosa del genere?
Io non ho mai sentito i miei genitori discutere sulla mia educazione o su quella di mia sorella. Quando eravamo con mio padre da mia nonna, e ci veniva offerto un panino, dovevamo telefonare a casa per chiedere a mia madre se potevamo mangiarlo. Tutti davano per scontato che a decidere fosse lei, anche se mio padre era lì con noi.
Oggi ho amici che sono molto più partecipi della vita dei figli, ma le loro compagne, comunque, non si fidano e - per esempio - non permettono loro di portare il figlio fuori per un weekend, convinte che questi padri non siano in grado di garantire la sopravvivenza del proprio bambino per più di qualche ora.
Fare posto per la partecipazione di uomini e donne alla cura dei figli è più complicato di quello che sembra. Non solo perché la stragrande maggioranza degli uomini sono convinti che le donne sappiano fare determinate cose per scienza infusa, non solo perché molti rifiutano di imparare a svolgere alcune mansioni, ma anche perché molte donne non riescono a cedere il controllo in alcuni campi.
Attraverso l’esempio delle nostre madri (di una buona parte di loro), siamo cresciute pensando che l’unico territorio che una donna può davvero difendere sia quello della genitorialità. È l’unico territorio su cui abbiamo avuto potere per generazioni. Quindi può capitare di volere mariti più partecipi, ma al tempo stesso di vivere la cessione di quel potere come una perdita.
È imbarazzante ammetterlo, perché non vogliamo passare per retrograde. Ma molte donne hanno interiorizzato aspettative nei confronti dei mariti (prima che di sé stesse) più moderne, rispetto alle quali, però, vivono una costante frustrazione.
Poi ci sono amiche come Lorella, che ha una carriera sfavillante che non potrebbe avere senza il coinvolgimento così profondo di suo marito, ma che trova insopportabile lo stile educativo che ha: lui è decisamente troppo permissivo.
Fabio si versa un altro bicchiere di vino. “Non so se ce la faremo,” mi dice sconsolato.
Quello che ho imparato guardando le coppie che ce la fanno è che non sono quelle che la pensano allo stesso modo. Sono quelle che hanno smesso di discutere nel momento sbagliato. Il momento sbagliato è sempre lo stesso: il bambino è lì, ha appena dato uno schiaffo alla sorella, uno dei due gli ha detto una cosa e l’altro pensa che sia sbagliata. Non è quello il momento in cui si negozia. La discussione va spostata dopo cena, quando in gioco non c’è più niente, e - se possibile - quando l’incazzatura ci è passata.
A quel punto, magari è possibile chiedere con genuina curiosità “da dove viene la cosa che hai detto al bambino o il modo in cui ti sei comportato?” non formulandolo come un’accusa, ma volendo capire qual è la costruzione psichica che c’è dietro un comportamento. E a queste domande bisogna provare a rispondere con il massimo impegno possibile: rifiutarsi, girare gli occhi, ridicolizzare un/una partner che cerca di capire… è un carico pesantissimo da portare per qualsiasi coppia.
Lorella, le ho chiesto da dove viene il suo bisogno di autorevolezza, ha risposto all’istante: a casa sua le punizioni non venivano mai revocate, e lei attribuisce a questo il suo senso di responsabilità che vorrebbe passare ai suoi figli.
Suo marito ha avuto un padre che lo puniva a caso. Ne ha sofferto molto e ha giurato a se stesso che non avrebbe mai fatto una cosa del genere al figlio.
I due non stavano litigando sulla tv, né sull’educazione dei figli: stavano dialogando ciascuno con la propria famiglia, dimenticandosi di essere - insieme - una famiglia nuova. Dimenticandosi che, scegliendo quel partner, sicuramente hanno scelto anche un pezzetto di un’educazione che a loro è mancata, e che esiste la possibilità che i figli facciano una sintesi al rialzo delle parti migliori dei propri genitori, se solo gliene diamo la possibilità e li aiutiamo a interiorizzare le parti che più apprezziamo nella persona con cui abbiamo scelto di fare famiglia.
È inutile girarci intorno, il pezzo più difficile è cedere. Non stabilire un compromesso, ma cedere. Se per una mamma è fondamentale che il figlio possa giocare con i giochi che vuole e che possa vestirsi come gli pare, anche se questa cosa ci mette a disagio, possiamo cedere, accettare semplicemente che quella cosa (anche se non la capiamo) non la decideremo noi. Se un papà vuole portare i figli fuori per il weekend, in quel weekend decide lui: cosa mangiano, se si mettono o meno il pigiama, a che ora dormono.
È importante che i bambini possano avere un rapporto diretto con le parti più vitali di entrambi i genitori, e il lavoro di una coppia genitoriale sta anche nell’assicurarsi che questo possa avvenire non solo per noi stesse, ma anche per l’altro.
I bambini non ricevono passivamente un’educazione, non imparano quasi nulla dai momenti in cui “li stiamo educando”: il 98% di quello che assorbono viene dai momenti in cui non pensiamo di stargli insegnando nulla. Semplicemente ci guardano vivere, osservano ciò che per noi è importante, come ci relazioniamo agli altri, e costruiscono dentro di sé un modo di stare al mondo.
I bambini non hanno bisogno di avere due genitori che la pensano uguale su tutto. Hanno bisogno di vedere due adulti che non la pensano uguale, che riescono a dirselo in modo sincero e rispettoso, e perfino a scontrarsi garantendosi pari dignità, a celebrarsi a vicenda anche nelle differenze, e a restare.
Un’altra cosa da ricordarsi è che la caratteristica dei figli è che crescono. E attraversano molte fasi diverse: quella che in una fase della vita di una bambina può essere una debolezza del genitore, in una fase successiva può trasformarsi in un punto di forza. Nessuno può prevederlo: i nostri figli cambiano e noi con loro.
Se riusciamo a sviluppare queste competenze, per le prossime generazioni condividere le responsabilità genitoriali sarà più facile, e il nostro viaggio verso la parità farà uno scatto in avanti che oggi non riusciamo neanche a immaginare.
Stiamo imparando, e mentre impariamo stiamo cambiando il corso della Storia: non meravigliatevi dunque se certe volte vi sembra difficile. Lo è! Ma tutto ciò che possiamo fare è presentarci a quell’appuntamento ogni giorno, cercando di attingere alle nostre energie migliori e accettando che certi giorni saranno più difficili di altri, e che in quei giorni sarà importante guardarci con tutta la compassione e l’amore di cui siamo capaci. Forse, alla fine, la cosa più importante che i nostri figli possono imparare da noi è proprio questa.
A giovedì!
Supporta questo progetto
Maschi del Futuro è un progetto completamente indipendente, supportato unicamente da lettrici e lettori. Se trovi valore in questa newsletter, sottoscrivi un abbonamento premium (che ti dà accesso anche a tutto l’archivio), oppure offrimi un caffè.
Per approfondire
Se volete approfondire il tema dell’istinto maschile nella cura dei figli, vi consiglio il libro dell’antropologa americana Sarah Blaffer Hrdy, Il tempo dei padri, che indaga come il maggiore coinvolgimento dei padri nella cura dei figli non sia solo una trasformazione culturale, ma abbia anche fondamenti biologici alla luce di una serie di recentissime ricerche in materia.
Un referendum per l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole
Come sapete, la legge Valditara ha reso molto difficile l’integrazione di percorsi di educazione affettiva e sessuale nelle scuole. C’è un referendum per chiedere l’abrogazione dei divieti contenuti in questa legge, io l’ho firmato e potete firmare anche voi online con lo spid, qui.
Ci vediamo dal vivo a Reggio Emilia?
Sarò al Festival di Emergency!





Come mi ci ritrovo! Il momento rivelatore per me è stato quando la primogenita aveva pochi mesi, sono andata in un negozio a comprarle dei vestitini. Quando la sera li ho mostrati a mio marito, lui era sinceramente dispiaciuto, quasi offeso, per il fatto che non fossimo andati a sceglierli insieme. Voleva partecipare, e per me era una cosa totalmente nuova perché mio padre non ha mai, ma proprio mai partecipato a niente che riguardasse me, il modo in cui crescevo, cosa facevo al pomeriggio o come uscivo vestita.
Da quel momento è stato un crescendo di confronto e scontro sui nostri modelli genitoriali e i nostri stili educativi, e ora, con una bimba di 9 anni e uno di 4, sento che questa è la parte più sfiancante dell'essere genitore. Mi capita spesso di pensare che mi sarebbe più facile fare la madre single, almeno non esaurirei le energie in negoziazioni con marito.
La mia psicologa dice che per i figli è tutta ricchezza :-) e questo mi risuona con le competenze di cui tu parli. Ma - almeno nel mio caso - è davvero molto, molto faticoso.
Grazie, Francesca per questo post. Come sempre centri il punto con grande precisione. Il tuo suggerimento sulle competenze da sviluppare ha valore ben oltre l'educazione dei figli. Le stesse dinamiche si verificano se porti in giro il cane insieme, se hai visioni diverse su come gestire un lutto, o su quanto salutare deve essere la vostra dieta (a qualcuno potrebbe sembrare strano ma quasi tutte la attività hanno una maniera maschile e una femminile di essere svolte). E rompere i muri della stanza costruita per noi da famiglie e paesi di provenienza ci aiuta a diventare adulti più connessi tra di loro a con gli altri 💕