Ho visto l'Odissea di Nolan
E ho trovato l'armatura di Agamennone assolutamente geniale: vi spiego perché
Martedì sera a Roma ho finalmente visto l’Odissea di Nolan, dopo aver rinunciato all’ambizione di vederlo in iMax. Mi sono accontentata della versione originale sottotitolata in una sala normale.
Ulisse è sempre stato il mio eroe greco preferito. Di lui ho sempre ammirato l’irriverenza, l’astuzia, la curiosità famelica e il coraggio di spingersi dove gli altri non osavano. Il suo modo di rientrare a palazzo da mendicante, l’incontro col vecchio Argo, l’abilità con l’arco… me lo hanno sempre fatto amare.
Non è stato Nolan a farmi vedere Ulisse sotto un’altra luce per la prima volta: il primo a raccontarmelo come un pessimo leader militare è stato Jonathan Shay nel suo Odysseus in America, in cui lo psichiatra americano offre un’interpretazione dell’Odissea che traccia un parallelo tra il ritorno a casa di Ulisse e quello dei veterani di guerra che nel corso degli anni ha incontrato nella clinica di Boston dove lavora.
Shay dice che all’interno della storia che ci viene raccontata, Ulisse commette una serie di crimini che oggi lo porterebbero davanti alla corte marziale:
Con le sue azioni determina la perdita di 12 navi ed equipaggi, per un totale di più di 600 vite
Mette le truppe in pericolo per impulsi egoisti e irresponsabili, perdendo 6 uomini nella grotta del ciclope
È incapace di controllare il suo equipaggio relativamente al bestiame del Dio Sole, perdendo 40 uomini
Eccetera.
Ulisse è astuto, ma - a differenza di Achille - è un leader molto debole, il che è evidente anche nella sua relazione con Agamennone, che è ancora più debole, egocentrico e disastroso di lui.
Achille è sincero, parla allo stesso modo con tutti e non ha paura di affrontare il suo superiore Agamennone quando fa qualcosa di sbagliato. Nel Libro I dell’Iliade, per esempio, quando Agamennone si rifiuta di restituire Criseide a suo padre attirando l’ira di Apollo, Achille lo chiama “faccia di cane e cuore di cervo”.
Ulisse non critica mai Agamennone, e parla in modo diverso coi nobili e con i soldati comuni. Cerca di rimanere nel favore di chi ha il potere, e di proteggere se stesso prima che i suoi uomini.
Il rapporto tra Ulisse e Agamennone è uno degli elementi che mi hanno colpito molto nell’Odissea di Christopher Nolan: la relazione gerarchica tra i due è chiarissima, e Ulisse non la mette mai in discussione. Con l’appoggio di Ulisse, Agamennone usa la guerra come palcoscenico per esibire il suo potere in modo teatrale, ma - come gli aveva contestato Achille nell’Iliade - non combatte davvero a fianco dei suoi uomini. L’armatura ridicola ed esagerata che indossa, che è stata criticata da molti, in realtà consente a Nolan di fotografare il rapporto che Agamennone ha con il potere senza fargli dire neanche una battuta.
Ulisse dice una sola battuta relativa ad Agamennone nel film, e la dice quando le navi del re stanno scomparendo all’orizzonte e quindi il capo supremo degli Achei non può più sentirlo né vederlo: “L’ho seguito abbastanza”, dice.
Si potrebbe pensare che Ulisse si sia sacrificato e abbia seguito il re di Micene nella sua follia, e che non veda l’ora di dare ai suoi uomini quella stabilità che non avevano avuto al seguito di Agamennone; invece, Ulisse non vede l’ora di essere lui a sottoporre gli uomini sotto di sé alle fluttuazioni del suo ego, senza nessuno a cui dover rendere conto.
Com’è noto, il disprezzo per la vita degli altri è tale che Ulisse riuscirà a tornare a casa, ma da solo, avendo perso tutti coloro che erano partiti con lui, e non avendo neanche dato loro degna sepoltura.
L’Odissea di Nolan ha il grande merito di aver raccontato un aspetto di Ulisse che finora, a mia memoria, non era mai stato messo al centro di una rappresentazione. All’inizio Ulisse insiste spesso che hanno vinto la guerra, ma smette di dirlo nel corso del film, perché man mano che ritrova la strada di casa si rende conto dell’assoluta irrilevanza di quella vittoria, che nella sua memoria - infatti - non ha i toni della vittoria, ma unicamente quelli del massacro.
Nel corso della guerra Ulisse perde se stesso. E quando la guerra finisce, letteralmente non riesce più a ritrovare la via di casa. Nell’isola di Calipso, Ulisse dice più volte di non sapere chi è: tutti i suoi sistemi di riferimento sono saltati e non ricorda neanche se ha un figlio, una moglie, una patria.
Perfino quando arriva a Itaca, dopo dieci anni, non riconosce la sua isola, e la sua isola non riconosce lui. C’è un ragazzo su quell’isola che quel padre non l’ha mai visto in faccia, e che ha passato gli ultimi vent’anni costruendo la sua identità intorno a quell’assenza. Telemaco cerca di raccogliere aneddoti, storie e affronta un viaggio pericoloso per farsi un’idea di chi suo padre possa essere e di quali buone ragioni possano averlo tenuto così lontano. Il Telemaco interpretato da Tom Holland è un personaggio patetico che genera in noi una compassione imbarazzata: non è un uomo pronto per governare. È un ragazzo cresciuto all’ombra di un padre che lo ha dimenticato.
I “nóstoi” sono un genere letterario che non ha mai perso il suo fascino.
“Nostos” (νόστος) in greco significa ritorno, e i nóstoi sono i racconti del ritorno degli eroi di guerra. Ancora oggi, c’è un enorme numero di video su Youtube, Instagram, TikTok di ritorni a casa di soldati che ci muovono nel profondo non solo perché andare in guerra è pericoloso, ma perché la guerra è uno dei momenti in cui spesso i codici morali saltano e con essi le coordinate di chi siamo, di chi scegliamo di essere gli uni per gli altri nella vita di ogni giorno.
L’Odissea parla del crollo di una civiltà, e nell’interpretazione di Nolan, è chiarissimo che la “geniale” trovata del cavallo di Troia non ha semplicemente distrutto quella città, ma ha fatto saltare i limiti di quello che era considerato accettabile nelle relazioni tra i popoli di quel pezzo di Mediterraneo.
Con enorme astuzia, Ulisse, interpretato magistralmente da Matt Damon, ha visto una vulnerabilità in una civiltà costruita sul rispetto degli dei e sull’accoglienza dello straniero, e ha colpito, abusando della fiducia degli altri senza alcuna preoccupazione per le conseguenze che questo potesse avere per la cultura di quei popoli.
È questa l’amara consapevolezza con cui si chiude l’Odissea di Nolan, e il tratto che rende questa rilettura un’opera straordinariamente contemporanea. Nolan mette sotto la lente di ingrandimento un eroismo che guardato da vicino ha sempre così poco di epico, e nel farlo rende l’opera omerica ancora necessaria, un messaggio in una bottiglia che ci arriva da un tempo lontano, ma che parla ancora di noi.
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