Hamnet è un film meraviglioso
Che cosa succede quando ci lasciamo davvero liberi?
L’ultimo film di Chloé Zhoao è, molto semplicemente, un capolavoro assoluto. Nel 2020, Zhoao aveva vinto un Oscar con “Nomadland”, uno strano e poeticissimo western che aveva come protagonista Frances McDormand, e pure quello mi era piaciuto parecchio.
Ma “Hamnet” è un’altra cosa, perché questo non è un film che si guarda, è un’opera di cui si fa esperienza. Una di quelle opere d’arte, che se ti arriva nel momento giusto, ti cambia a livello molecolare e reindirizza di qualche millimetro la traiettoria della tua esistenza.
“Hamnet” è tratto dall’omonimo libro di Maggie O’Farrell, uscito nel 2020, un romanzo di finzione in cui O’Farrell mette insieme alcuni fatti noti (pochi) relativi alla morte dell’unico figlio di William Shakespeare, morto nel 1596 probabilmente di peste bubbonica, e li combina con alcune invenzioni, legando il dolore per la perdita del figlio alla scrittura dell’Amleto.
Il romanzo, così come il film, inizia con l’innamoramento tra William Shakespeare e Agnes Hathaway, descritta come una donna profondamente in contatto con la natura, con una grande conoscenza delle proprietà taumaturgiche delle erbe e una spiritualità molto radicata nel bosco (infatti, per alcuni, si tratta di una strega).
Agnes è la protagonista del film e viene interpretata dall’attrice irlandese Jessie Buckley, che è riuscita a dare vita a un’interpretazione potentissima. Nei film shakespeariani, i personaggi femminili e maschili adottano i propri codici di genere in modo rigido, anche complici i costumi elisabettiani e la ricerca di una gestualità “teatrale”, che finisce sempre per voler “nobilitare” o elevare la performance degli attori irrigidendoli e separando donne e uomini in modo molto netto.
“Hamnet” va in tutt’altra direzione. La Agnes di Buckley è una donna che va a partorire da sola nel bosco, che si sporca, che conosce intimamente la natura, che vive la sua femminilità in modo crudo, senza scuse, con un’energia primordiale della quale Shakespeare (interpretato da Paul Mescal) si innamora perdutamente. Un’energia primordiale che lui non cerca di contenere né di addomesticare (ci proveranno altri, ma lui no).
Di William, Agnes ama il cuore. Non il suo talento, non il suo successo (quando arriva), a cui Agnes sembra completamente indifferente. “Dentro di sé ha di più di qualsiasi altro uomo abbia mai conosciuto” Agnes dice a suo fratello. Quella ricchezza di senso che Agnes vive nella relazione con la natura, William ce l’ha nella relazione con le storie che scrive, con le parole che escono dalla sua penna e dalle quali è ossessionato.
È la fine del 1500, e siamo nel pieno di quella lotta alle streghe che nel film non viene citata ma che ha già cominciato ad allontanare le donne dalla natura, che ha già addomesticato, e soggiogato molte (infatti tutte le altre donne del film), convincendole che coltivare il proprio lato selvaggio sia la testimonianza di una relazione col demonio, invece che con Dio.
Ho pensato che quando si dice che gli uomini amano più la natura rispetto alle donne, forse è perché a loro è stato concesso di rimanerci in relazione, mentre in molti modi diversi, le donne nel corso degli ultimi secoli sono state pesantemente scoraggiate dal frequentare una natura che è stata dipinta come inadatta a noi, sospetta, pericolosa.
In ogni caso, qui è Shakespeare ha bisogno della città. Deve stare a Londra per realizzare il suo potenziale e Agnes questa cosa la capisce. Allo stesso tempo, lui capisce che lei in città perderebbe se stessa. Il film si concentra sul dolore della perdita di un figlio, ma è anche una straordinaria storia d’amore, tra un uomo e una donna capaci di vivere il proprio amore come l’accompagnarsi nella realizzazione del proprio compito cosmico. Ciascuno ha il suo. Ciascuno manca momenti cruciali nella vita dell’altro. Ma il cammino prosegue: la connessione tra loro, ma soprattutto quella che ciascun personaggio ha con sé stesso, sembra così profonda da sfidare qualsiasi nozione si possa avere della vita di coppia, del matrimonio, dell’amore.
Una piccola pausa
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Una storia d’amore completamente fuori dagli schemi
Maggie O’Farrell e Chloé Zhoao ci portano una storia d’amore potente perché è una storia liberata dalle convenzioni, dai ruoli, dalle aspettative. Una storia in cui tutti i personaggi riescono a incontrarsi al grado zero della propria umanità, con una sincerità e una forza che sembrano essere costantemente rimesse al centro proprio dalla verità dalla quale Agnes non è disposta a separarsi neanche per un momento (per me incredibile il dialogo in cui Shakespeare cerca di offrirle consolazione, ma lei rifiuta la consolazione che si fonda su una piccola bugia “so che hai fatto tutto quello che potevi” - Agnes rifiuta la bugia ma non lui - di lui basta che sia presente a quel dialogo, semplicemente presente, senza frasi fatte: è tutto ciò di cui ha bisogno).
In un film su Shakespeare, è incredibile, sono proprio le parole dello scrittore quelle che allontanano dalla verità dell’esperienza: William lascia la sua famiglia per realizzare se stesso, e sa di avere una moglie che è una forza della natura, ma dice a suo figlio (che è ancora un bambino) che tocca a lui di proteggere la sua famiglia, mentre lui non c’è. Il bambino lo prende sul serio.
Agnes lo riporta a terra, ancora e ancora. Lo tiene vicino non alle parole che descrivono la realtà, ma alla realtà stessa per il modo in cui ci si costruisce nel nostro cuore e sulla nostra pelle, momento dopo momento. E, nel film, è questo suo inesorabile attaccamento alla realtà irrisolta dell’esperienza umana che viene tradotto dalla penna del drammaturgo, e dalla sua regia, nella prima dell’Amleto.
“Hamnet” ti fa sperimentare quel confine sottile tra la gioia estatica e il dolore più profondo, o meglio, ti spinge ad attraversarlo e ti consente di farne esperienza prendendoti per mano. È un modo straordinario di ricordarci che evitare la sofferenza nella vita non è possibile, ma che si può imparare ad attraversare i momenti più dolorosi con grazia, con pienezza, con amore, lasciando che questi momenti, invece di chiuderci il cuore, ce lo spalanchino.
Non credo sia un caso che siano stati due attori irlandesi e una regista cino-americana a tirare fuori in modo così potente la forza di Amleto, che qui smette di essere un pezzo ineludibile del canone della letteratura occidentale, e diventa la manifestazione diretta di un pezzo di vita pulsante, selvaggio, sanguinante.
Credo che si stia aprendo una fase nuova per noi, per il cinema, per la cultura in generale, una fase eccitante in cui la “cultura” smette di essere uno strumento di dominio e diventa una scoperta di chi siamo, di chi siamo stati, di chi possiamo essere, quando ci liberiamo di quel desiderio di dominio che ha spezzato il nostro spirito e ci ha fatto dimenticare così tanto di cosa vuol dire davvero essere umani.
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Per oggi è tutto.
A giovedì!






Anche io ho amato moltissimo Hamnet e - come ho scritto anche nell’ultimo Patrilineare - dopo averlo visto non sono riuscito a vedere altro per un paio di settimane. Ma tu sei al corrente di quel meraviglioso outtake in cui Chloe Zhao fa ballare scatenati tutto il cast e la crew sulle note di Rihanna? Un’amica esperta di teatro elisabettiano mi ha detto che ha senso perché alla fine delle tragedie al Globe tutti, vivi e morti, con il pubblico, ballavano la giga per “riprendersi” dalla catarsi e posizionare correttamente l’esperienza teatrale. Ho trovato bellissimo anche questo, veder ballare con gioia tutti dal piccolo Hamnet al più vecchio spettatore.
Grazie mille per queste belle parole. Non riesco a guardare, leggere o ascoltare altro da una settimana. Ho pensato anch'io di aver assistito all'inizio di una nuova fase della cultura e di un'arte che sia di nuovo capace di guardare negli occhi quello che fa più paura, senza compiacimento o cinismo, solo con grande onestà. Spero di non sbagliarmi.