Cosa pensano i bambini dell'essere "maschi"?
Ho incontrato centinaia di bambini e bambine della scuola primaria in tour, e insieme abbiamo indagato il tema del maschile con esiti sorprendenti.
Ad aprile, ho incontrato centinaia di bambini in giro per l’Italia per il tour di presentazione del progetto “Storie Spaziali per Maschi del Futuro - SCUOLA EDITION” sviluppato con il supporto di Fondazione Libellula per portare nelle scuole primarie italiane una riflessione su che cosa significhi diventare “uomini”.
A Milano, i bambini mi hanno chiesto di leggere “Il Pianeta dei Conigli”, la fiaba contenuta in Storie Spaziali per Maschi del Futuro che parla di come un Maestro di nome Galera divida rigidamente maschi e femmine per insegnare alla popolazione del suo pianeta a fare la guerra. “I maschi non piangiono, signor Tommaso! Come farebbe a prendere la mira un occhio che piangi?” dice Galera a uno dei suoi allievi, nella sua strana lingua; “Le bambine non fanno i ribelli!” grida a una bambina di nome Giada.
(Sarà proprio la collaborazione tra Tommaso e Giada che farà saltare i piani di Galera e del Presidente Cannone)
Ho chiesto a tutti se, nella loro scuola, ci fosse un insegnante simile al maestro Galera, e un coro di “NOOO!” si è levato dal tappeto.
“Allora in questa scuola le bambine possono giocare con qualsiasi gioco vogliano?”
“Sììì!”
“Bambole?”
“Sìììì!”
“Macchinine?”
“Sììì!”
“Videogiochi?”
“Sììì!”
A quel punto ho chiesto se anche i bambini maschi potessero giocare con tutti i giochi, e i “sì” sono diventati… meno convinti.
Un bambino ha raccontato di avere due sorelline e di aver ricevuto lo scorso Natale un regalo collettivo con un camper di Barbie, e di essersi arrabbiato perché gli era sembrato che il regalo in fondo fosse solo per le sorelle, perché le Barbie erano solo da femmine. “Ma invece, ho iniziato a giocarci e adesso mi piace tantissimo!”
Allora ho chiesto agli altri se gli era mai capitato di scoprire che gli piaceva un gioco di cui prima si erano vergognati, perché non era “da maschi”.
Uno ha raccontato che un suo amico insisteva per voler giocare con lui a un gioco, che lui non voleva fare perché era convinto che non gli sarebbe piaciuto. Però questo amico ha insistito così tanto che alla fine lui ha ceduto, e adesso ci giocano sempre perché - effettivamente - è divertentissimo.
“Qual è il gioco, lo vuoi dire?”
“Twister.”
Twister è un gioco che comporta il contatto fisico non sportivo con un altro bambino, e consiste nell’accettare di rendersi ridicoli nell’uso che si fa del proprio corpo. In seconda elementare, questi elementi sono già stati culturalmente marcati come “pericolosi” per i maschi.
A Galatina, a una platea di 190 bambini di seconda e quarta elementare, ho letto la storia “Il Pianeta dei Pirati”. Ho chiesto: “Serve coraggio per togliere un braccio dalla bocca di un coccodrillo?” e tutti mi hanno risposto con un grande “Sìììì!” E poi ho chiesto: “Ma al pirata serve più coraggio per togliere il braccio dalla bocca del coccodrillo oppure per dire alla piratessa che vorrebbe darle un bacio?”
Codificare come “coraggio” quel momento in cui ci rendiamo vulnerabili a un’altra persona, riconoscere che è difficile andare incontro alla possibilità di un rifiuto è il primo passo per costruire una cultura del consenso. “No significa no”, infatti, è il punto di arrivo di una cultura del consenso, non la partenza.
Tutti hanno risposto che serviva più coraggio per chiedere un bacio.
Tutti tranne uno, un bambino di quarta elementare che ha detto che a lui i “no” non fanno nessun effetto perché “tanto le bambine mi dicono sempre di no”. Questa frase mi ha incuriosito e l’ho chiamato sul palco per approfondire.
“Che cosa intendi che ti dicono ‘sempre’ di no? Fammi capire come funziona: innanzitutto, tu a quante bambine hai chiesto di fidanzarsi con te?”
“Otto o nove”, mi ha risposto.
“E che cosa succede quando ti dicono di sì?”
“Me ne vado”
“Ah, quindi per te la cosa più importante è capire se diranno sì o no? Ho capito bene?”
“Sì”
“E quando ti dicono di no? Non ci rimani male?”
“Un pochino”
“Dove ti fa male?”
Con un po’ di strafottenza ha risposto:
“Nella mano”
A questo punto, ho chiesto al bambino di fare con me una piccola improvvisazione. Io avrei fatto finta di porgergli un fiore in due modi diversi e lui avrebbe dovuto dirmi se qualcosa cambiava nel modo in cui si sentiva. La prima volta, gli ho porto il fiore mentre lo guardavo negli occhi. La seconda volta, avevo la faccia girata nella direzione opposta e gli ho dato il fiore senza guardarlo.
“Come ti sei sentito?”
“Beh, mi sono sentito meglio la seconda volta!”
“E come mai?”
“Perché la seconda volta l'ho messa in imbarazzo, e se lei è in imbarazzo, vuol dire che io sono un fico”.
Da qui inizia il nostro lavoro.
Dal creare, cioè, un setting sicuro all’interno del quale questo sistema di credenze possa prima di tutto venire a galla, di modo che ci si possa lavorare insieme, non partendo dal giudizio, ma fornendo una serie di occasioni di riflessione personale e collettiva sulla validità di alcune convinzioni.
Perché le scuole primarie?
Quando ho scelto di lavorare sul maschile, sono partita dalle fiabe perché mi sono resa conto che i bambini interiorizzano aspettative poco salutari sul maschile fin da subito. Molti ricercatori ci dicono che, mentre le bambine iniziano ad avere una visione negativa di sé verso gli 11/12 anni (quando cominciano ad essere sessualizzate), la “ferita maschile” comincia molto prima.
Intorno ai tre anni i maschi iniziano a interiorizzare l’idea che ci siano cose che un maschio non può o non deve fare, cose che minacciano la sua appartenenza al genere maschile e che sono fonte di vergogna.
Non uso a caso l’espressione “minacciano l’appartenenza al genere maschile”: questo è, infatti, uno degli aspetti cruciali e specifici della costruzione culturale del maschile, che non ha un corrispettivo esatto al femminile.
L’antropologo americano David Gilmore, che ha studiato i riti di passaggio da ragazzo a uomo in diverse culture sul nostro pianeta nel libro Manhood in the Making, dice che, mentre i maschi devono “provare” di essere tali attraverso una serie di test, “la femminilità viene concepita come un dato biologico che la cultura raffina o accresce”.
In altre parole, femmine si è, maschi bisogna dimostrare di esserlo, anche “facendo i fichi”, che poi vuol dire fingere che nulla di quello che accade ci possa davvero toccare.
All’interno della cultura che abbiamo creato non si smette mai di essere femmine (si può essere semmai più o meno femminili), ma si può smettere - agli occhi degli altri e ai propri - di essere maschi. Basta una lacrima fuori posto, una paura confessata, un gesto di tenerezza nel momento sbagliato. Questa precarietà del maschile si trasmette ai bambini fin dai primi anni di vita.
Nella fase della scuola elementare, però, questo sistema di credenze è ancora “morbido” e ci si può lavorare.
In che modi trasmettiamo ai bambini un’idea restrittiva del maschile?
Ci sono i modi ovvi: riprendere un bambino perché piange, o perché gioca con giochi “da femmine”, giudicarlo da meno se non mostra interesse per la competizione, oppure se è attratto da colori o oggetti “femminili”.
Però ci sono anche modi meno ovvi.
Una mamma in treno mi ha detto: “Devo dirti che a me piacciono molto i tuoi contenuti, e io e mio marito abbiamo comprato a nostro figlio bambole, la cucina eccetera. Ma c’è una componente di natura: non c’è niente da fare, perché a lui piacciono i treni, le macchinine, i palloni! È proprio maschio!”
Io le ho risposto: “Non c’è nulla di male a preferire un gioco a un altro. Il punto è che siamo noi a proiettare il maschile sul treno, o sulla macchina, invece di una preferenza, e ad attaccare a quella considerazione tutta una serie di credenze sul fatto che se gli piace un treno è ‘proprio maschio’ e quindi gli piacerà anche il calcio, i colori scuri, e la competizione. Il problema inizia lì, con le nostre aspettative, non con la loro curiosità.”
La mamma in questione, a quel punto, mi ha detto: “Mm. Sì, forse hai ragione, perché, per esempio, nel caso di mio figlio c’è una cosa buffa: adora gli orecchini! Di qualsiasi forma, colore, è proprio ossessionato!”
Ecco, sapete quanti messaggi un bambino riceve quando sperimenta che la sua passione per i treni viene presa sul serio, mentre quella per gli orecchini viene considerata “buffa”? Tutti noi desideriamo essere presi sul serio, e i bambini non fanno certo eccezione.
Il ruolo di noi adulti
Dopo aver mandato a posto il bambino del fiore, ho iniziato a chiedere a bambine e bambini che cosa significava secondo loro “essere fichi”.
“Se io stamattina fossi venuta qui, e invece che chiedervi come stavate avessi detto: IO SONO FRANCESCA CAVALLO E SONO UNA GRANDE SCRITTRICE, E VOI SIETE SOLO DEI PICCOLI BAMBINI! Sarebbe stata una giornata più o meno piacevole per tutti?”
“Meno!”
“Ma fatemi capire… stare bene con gli altri è fico o no?”
“Sììì!”
“Allora, forse per essere davvero fichi… dobbiamo capire come si fa a stare bene con gli altri. Avete idee?”
Un bambino ha alzato la mano.
“Credo che sia importante la gentilezza”
Questo non è un lavoro che si fa con la bacchetta magica. È un lavoro che si può fare solo se siamo capaci di non sgretolarci (magari rifugiandoci nel panico morale) davanti a una dichiarazione che ci disorienta. I bambini, a questa età, provano diverse identità. Stare in presenza dei loro tentativi, senza spaventarci, è già quasi tutto.
Non servono grandi gesti, né grandi parole. Serve uno sguardo pieno d’amore curioso. Serve la capacità di fare una domanda in più, prima di saltare alle conclusioni.
Dopo un po’ che il bambino del fiore mi aveva detto con un po’ di strafottenza che quando riceveva un rifiuto gli faceva male “la mano”, mi è venuto in mente di chiedergli:
“La sinistra o la destra?”
E lui mi ha risposto:
“La sinistra… perché è la mano del cuore.”
A volte basta una domanda in più per ritrovare la strada di casa. E che cos’è crescere bene, se non costruire dentro di noi una casa alla quale sappiamo sempre tornare?
Vediamoci di persona!
Sarò al Festival dell’Economia di Trento il 21 Maggio
Sarò a Milano il 22 Maggio alle 9:10 (di mattina) all’evento “Il rumore del silenzio” all’Auditorium Giorgio Squinzi organizzato da Bridge and Partners
Una bella chiacchierata
Su Youtube, trovate questa lunga chiacchierata con Marco Cappato in cui abbiamo toccato tanti dei temi di cui ci occupiamo qui, ma anche temi di cui non vi ho mai parlato come l’intelligenza artificiale, il futuro della politica eccetera.






Grazie per il tuo lavoro, che oltre ad aiutarmi nella mia adultità a rileggere e lavorare su alcuni aspetti della mia vita, mi aiuta anche nel mio lavoro di educatore di comunità. Mi chiedo come mai nei percorsi di studi universitari questi aspetti vengano sempre presentati scarichi dell'affettività che meriterebbero, riducendosi poi a diventare armi da usare contro l'altro e non strumenti di comprensione di sé
grazie per il tuo lavoro
❤️