Che succede quando una presunta vittima di violenza confessa di aver mentito?
Il controverso caso dello stupro di gruppo a Palermo è al centro di un reportage straordinario della giornalista di Repubblica Eugenia Nicolosi
Oggi parliamo di un libro che esce il 12 giugno e si intitola La ragazza di Palermo, di Eugenia Nicolosi, edito da Ponte alle Grazie. Si tratta di un’inchiesta straordinaria sul caso dello stupro di gruppo al Foro Italico a Palermo e credo di poter dire con un certo grado di certezza che non è il libro che vi aspettate che sia.
I lettori e le lettrici abituali di Maschi del Futuro sanno che in questo angolo di internet cerchiamo, per quanto possibile, di mettere da parte i posizionamenti ideologici e di restare insieme di fronte alla realtà, anche quando è dolorosa o difficile da comprendere. Anche quando le certezze non sono immediatamente identificabili e richiedono di aspettare qualche minuto in più prima di decidere che cosa pensiamo di una questione.
È nel rifiuto della reazione immediata che costruiamo non solo la nostra libertà di pensiero, ma anche e soprattutto la nostra libertà di coscienza.
La sospensione del giudizio è in generale un esercizio difficile, ma diventa quasi impossibile nei casi che attivano le nostre paure più profonde e che vogliamo allontanare da noi il più velocemente possibile: le violenze contro i bambini, gli stupri di gruppo, la tortura ci mettono a confronto con parti della natura umana troppo difficili da guardare senza temere di essere noi stessi ingoiati dall’abisso.
Reagiamo a quella paura in modi diversi.
La maggior parte di noi preferisce ignorare l’abisso, far finta che non esista. Altri si accontentano di allontanarlo da sé, descrivendolo come una dimensione che riguarda gli altri rivendicando la propria distanza morale dai mostri che dall’abisso provengono e là devono tornare. Ci sono alcuni, pochi, che invece riescono ad afferrarsi a un corrimano, a guardare dentro l’abisso e a restituirci un racconto che, spesso, è molto diverso da quello che avevamo immaginato.
È quello che fa Eugenia Nicolosi con La ragazza di Palermo.
Il caso
All’alba del 7 luglio del 2023 una diciannovenne palermitana va in una caserma dei carabinieri a sporgere denuncia contro sette ragazzi. Dice che la sera prima i sette l’hanno fatta bere e poi l’hanno trascinata in un cantiere abbandonato, dove l’hanno stuprata a turno. I ragazzi denunciati hanno tra i 18 e i 22 anni. È il 18 agosto quando le chat Whatsapp dei ragazzi fanno inorridire milioni di italiani su giornali e social media.
Lo stralcio di intercettazione più riportato è questo:
«Se ci penso mi viene lo schifo perché eravamo cento cani sopra una gatta, una cosa così l’avevo vista solo nei porno, eravamo troppi e sinceramente mi sono schifato un poco, però che devo fare la carne è carne, ma ti giuro dopo che si è sentita pure male, piegata a terra, ha chiamato l’ambulanza, l’abbiamo lasciata lì e siamo andati via. Voleva farsi a tutti, alla fine gli abbiamo fatto passare il capriccio».
Come si reagisce davanti a parole come queste?
La condanna dell’opinione pubblica è unanime. Lo sgomento, l’orrore, il desiderio di vendetta sono i sentimenti che esplodono nelle sezioni dei commenti delle pagine social che si occupano dell’argomento.
Il contesto
Le corti italiane hanno espresso sentenze assolutorie molto controverse sulla violenza di genere per le ragioni più assurde: la vittima indossava i jeans, la vittima era troppo “mascolina”, la vittima ha solo detto ‘basta’ ma non ha urlato, la mano del bidello non è rimasta abbastanza a lungo sul sedere della studentessa per poterla considerare una molestia, etc.
Quelle storie hanno insegnato a chiunque si occupi di violenza di genere che il sistema non cerca la verità: cerca un pretesto per non crederci. Hanno insegnato, di conseguenza, che per ottenere giustizia serve una vittima che non offra pretesti. Una vittima perfetta.
“Sorella io ti credo”, il movimento nato in Spagna per cercare di proteggere le donne che denunciano dal meccanismo feroce della vittimizzazione secondaria1 nasce esattamente qui - come risposta collettiva a questa pretesa, come rifiuto di lasciare che il sistema rimetta sotto processo chi ha già subito. È uno scudo necessario. Ma come tutti gli scudi, se lo tieni alzato troppo a lungo finisce per impedirti di vedere.
L’inchiesta
All’inizio, il caso della “ragazza di Palermo” sembra incontrovertibile, sembra uno di quei casi con la vittima perfetta, e diventa subito un simbolo per molti movimenti italiani impegnati nel contrasto alla violenza di genere.
A un certo punto, però, Asia Vitale comincia a raccontare una storia diversa da quella che ha raccontato agli inquirenti. Lo fa prima in alcune conversazioni private, e poi al telefono con un podcaster, Gioacchino Gargano, che registra una conversazione telefonica in cui la ragazza dice di aver orchestrato la cosa e di sentirsi anche in colpa per quello che è successo ai ragazzi con i quali - di fatto - avrebbe fatto con loro un gioco sessuale consensuale. Alla luce di queste rivelazioni, i messaggi Whatsapp dei ragazzi diventano parte di un gioco di ruolo sgradevole, volgare, ma non interpretabile con la lente che tutte e tutti avevamo adottato nell’agosto del 2023.
Quando la storia della ragazza di Palermo inizia a mostrare segni di cedimento, però, lo scudo del “sorella io ti credo” resta alzato. La storia sta diventando troppo complicata e pericolosa da raccontare, per cui ciò che non torna viene taciuto, o ignorato, perché potrebbe “far male alla causa”.
È qui che entra in gioco Eugenia Nicolosi.
Da sempre impegnata nella lotta transfemminista e al fianco di associazioni e collettivi della sua città, Nicolosi ha tutto l’interesse a guardare da un’altra parte quando la storia della ragazza di Palermo inizia a rivelare che Asia Vitale non solo non è la vittima perfetta che si voleva fosse, ma che la storia che aveva portato alla carcerazione di ragazzi tra 18 e 22 anni aveva dei buchi che non potevano (dovevano?) essere ignorati.
Scrive così nell’introduzione:
Sin dall’inizio abbiamo taciuto le parti della storia che apparivano problematiche.
Qual è, davanti a una realtà che si rivela più sfaccettata di quello che si credeva, il compito di una giornalista?
È possibile continuare a supportare la causa restando in presenza della complessità di una vicenda e dell’umanità di tutti i suoi protagonisti?
Io credo che questo non sia solo possibile, ma necessario se vogliamo davvero superare la logica patriarcale del mors tua vita mea.
Ho intervistato per voi Eugenia Nicolosi.
FC: Qual è stato il momento in cui hai deciso che la storia di quella notte a Palermo doveva diventare un libro? C’è stato un momento in particolare che ha acceso la miccia della tua attenzione?
EN: Più che di decisione si è trattato di presa d’atto: sin dai primi mesi post-bomba mediatica le persone che hanno vissuto questa vicenda dall’interno, in tribunale o nelle redazioni, ripetevano quanto fosse materiale da libro, ché le pagine di giornale non hanno la capienza e forse nemmeno la voglia. Non c’è stato un momento esatto, a un certo punto avevo accumulato troppo materiale, troppe informazioni e troppe contraddizioni e gli spazi della cronaca non sono fatti per la restituzione di tanta complessità.
FC: Quali sono stati, secondo te, gli errori fatti dai media nel raccontare questa storia agli italiani?
EN: La paura di scivolare nel sessismo e nella vittimizzazione secondaria ha impedito alla maggioranza di giornalisti e giornaliste, podcaster e influencer che si occupano di questi temi di adottare uno sguardo oggettivo. Dei ragazzi di vent’anni sono stati dipinti come dei serial killer prima ancora che le indagini venissero concluse: hanno vissuto l’aula per un anno mentre tutto il Paese, popolazione carceraria compresa, chiedeva le loro teste ed è stata colpa nostra. Per quanto riguarda Asia, una serie di fatti noti sono stati omessi dalle pagine dei giornali per tutelare lei, ma forse più per tutelare la versione di lei che faceva comodo mostrare - nonostante i suoi sforzi per mostrarci chi fosse davvero in molti hanno scelto di ignorarla. Ma ignorare le parole che non collimano con la storia che noi abbiamo in testa non è anche quello un modo di negare la possibilità di autodeterminarsi di qualcuno?
FC: Da molti anni fai parte di gruppi femministi e con il tuo lavoro contribuisci a far crescere la consapevolezza della violenza di genere nei diversi modi in cui si manifesta nel nostro Paese: con il tuo storico, perché dedicarsi a una storia come questa in cui la linea di confine tra colpevoli e innocenti è così sfumata? Il tuo libro non rischia di offrire una scappatoia a chi delegittima le donne che riescono a denunciare?
EN: Quali sono le storie, fuori dalle brutte sceneggiature, in cui la linea di confine tra innocenti e colpevoli è netta? Nella vita reale nessuno è santo e nessuno è l’anticristo. Gli spazi della militanza transfemminista, quando è vera, sono gli unici a offrire metodo e strumenti per togliersi le fette di salame dagli occhi, senza il confronto con le mie compagne e i miei compagni di percorso non avrei scritto nemmeno una pagina. Forse dopo un decennio di polarizzazioni e piattezze ideologiche, possiamo tornare a guardare agli esseri umani come a universi complessi. È necessario che questo fisiologico cambio di rotta sia guidato da una prospettiva militante, altrimenti diventa caos.
Rispetto alla scappatoia, chi si aspetta che questo libro dimostri che gli stupri non esistono rimarrà molto deluso.
FC: Come hai condotto l’indagine alla base di questa storia?
EN: Da una parte ho lavorato sulle carte giudiziarie, dall’altra ho osservato i social, posti in cui la deontologia obsoleta del mio Ordine guarda con un preoccupante snobbismo, ma che invece, che ci piaccia o no, sono il Paese, le città, le persone e quello che realmente pensano, desiderano o temono. Infine ho parlato con chi aveva qualcosa da dire, soprattutto ho parlato con lei.
FC: Cosa dovrebbe cambiare, secondo te, nel modo in cui si parla di violenza di genere in questo Paese?
EN: L’Italia è un Paese che le donne le odia, pensiamo alla prima carica dello Stato che si fa chiamare al maschile. E il modo in cui si parla di violenza di genere è il risultato di questo odio profondissimo e capillare, talmente profondo e capillare che perfino chi avrebbe tutte le risorse per parlarne in modo oggettivo scade nell’omissione o nella radicalizzazione. Non siamo pronte, non siamo pronti, ma siamo in qualche modo sul cammino.
FC: Cosa speri che i lettori si portino a casa dalla conoscenza più approfondita di questa storia?
EN: La verità.
La ragazza di Palermo esce il 12 giugno e noi ci risentiamo il 2 Luglio.
Compiti a casa: Serie TV da guardare per Pride Month
Heated Rivalry
Tratto dalla serie di libri Game Changers della scrittrice canadese Rachel Reid, è uno show che ha spopolato in tanti paesi del mondo, ma in Italia non ha (ancora?) fatto il botto che merita. È la storia molto, molto hot di due giocatori di hockey rivali sul ghiaccio. È una storia d’amore gay che - per ragioni che indagheremo insieme - ha fatto impazzire un sacco di donne eterosessuali. Guardatela su HBO Max, poi mi fate sapere.
Half Man
Se fate l’abbonamento per un mese a HBO Max, usatelo per guardare anche la nuova serie del creatore di Baby Reindeer, Richard Gaad. Si intitola Half Man ed è un altro capolavoro. È la storia di due quasi fratelli, del loro rapporto con la propria maschilità, con l’orientamento sessuale, con la competizione, ed è una delle rarissime storie in cui l’esperienza omosessuale non è raccontata solo dalla lente degli anni dell’adolescenza.
Ne parleremo più approfonditamente.
La vittimizzazione secondaria indica il danno aggiuntivo che una persona che ha subito violenza subisce non dall’aggressore originario, ma dalle istituzioni, dalle persone e dai sistemi con cui entra in contatto dopo — nel momento in cui cerca aiuto, giustizia o riconoscimento. Gli esempi principali sono legati al fatto che la credibilità della vittima, le sue abitudini sessuali, il modo in cui si veste diventano oggetto dei procedimenti in un modo che spesso trasforma il processo per stupro in un processo alla vittima più che all’imputato.





Bellissimi per motivi diversi sia Half Man che Heated Rivalry. Il libro di cui hai parlato mi incuriosisce molto lo leggerò!