Adolescenti e terrorismo - 2
Come si trasforma un adolescente in qualcuno che vuole uccidere i suoi coetanei?
Nello scorso episodio vi ho parlato del ragazzo di 17 anni arrestato in provincia di Perugia mentre pianificava una strage in un liceo di Pescara. Qualche giorno fa, il GIP ha respinto la richiesta dei domiciliari e ha deciso che, per adesso, il ragazzo resterà in carcere.
Vi ho lasciato con una domanda a cui non ho risposto: come ci si arriva? Come si trasforma un adolescente in qualcuno che pianifica di uccidere i suoi coetanei?
Un piccolo avviso
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So che queste lettere che vi mando sono molto dense, e quindi voglio anche darvi il tempo di assorbirle, senza sentirvi in ritardo pure su questo!
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Per capire quali sono le ragioni per cui le narrazioni della maschiosfera risultano così accattivanti per i ragazzi, dobbiamo fare un passo indietro, e parlare della teoria nota come “il viaggio dell’eroe”, elaborata da un mitologo americano di nome Joseph Campbell e presentata al pubblico in un libro del 1949 dal titolo L’eroe dai mille volti.
Il viaggio dell’eroe ha tre fasi fondamentali - separazione, iniziazione, ritorno - che Campbell legge come morte e rinascita simbolica.
L'eroe lascia il mondo noto, scende negli inferi (letterali o metaforici) e torna trasformato. Pensate all’Odissea, ma anche alla storia della resurrezione di Gesù nella tradizione cristiana.
Nella prospettiva di Campbell, profondamente influenzata dallo psicanalista svizzero Carl Jung, il viaggio dell’eroe è soprattutto un percorso interiore.
Nel 1985, uno story analyst della Disney, di nome Christopher Vogler, scrive una circolare interna di sette pagine dal titolo “Guida pratica dell’Eroe dai Mille Volti” che diventa così leggendaria negli Studios da essere chiamata “il Vogler memo”. In questa circolare, Vogler semplifica la teoria di Campbell in modo che gli sceneggiatori di Disney possano utilizzarla per creare storie più efficaci, capaci di parlare a un pubblico universale.
Quali sono le differenze tra la teoria di Campbell e la rielaborazione di Vogler?
Per Campbell, il viaggio dell’eroe era un processo interiore, un viaggio dentro se stesso. La trasformazione è spesso ambigua, a volte tragica. Ulisse torna a Itaca, ma non è lo stesso uomo. Orfeo fallisce. Il Budda non torna affatto; si dissolve. Per queste ragioni, nella versione di Campbell, il viaggio dell’eroe è quasi sempre tinto di malinconia.
Vogler, però, aveva bisogno di qualcosa che funzionasse per creare storie che fossero non solo belle, ma che avessero un grande potere commerciale: vendere un sogno significava, in concreto, vendere biglietti del cinema, e bambole, e ingressi nei parchi a tema. La malinconia non era molto utile a questo scopo.
Così, Vogler semplificò il viaggio dell’eroe in dodici stadi rigidi, linearizzò il processo, e soprattutto esternalizzò il conflitto.
Nella versione hollywoodiana del viaggio dell’eroe, l’antagonista diventa necessario: c’è sempre qualcuno o qualcosa che si oppone all’eroe. Il viaggio interiore diventa una battaglia esteriore. Quindi, mentre Campbell parlava di forze archetipiche simboliche contro cui l’eroe doveva lottare, Vogler le trasforma in personaggi concreti: il cattivo, il guardiano, il traditore.
In questo schema, sconfiggere il nemico è molto più importante che trasformarsi.
La maschiosfera fa la stessa operazione: l’ombra diffusa del disagio maschile viene trasformata in nemici nominabili: le femministe, i poteri forti, i gay, gli immigrati… La concretezza del nemico è fondamentale perché trasforma un dolore confuso in una missione chiara.
La circolare di Vogler viene passata di mano in mano per anni ben oltre gli studi Disney, e ha un’influenza così profonda sull’industria di Hollywood che, nel 1992, Vogler scrive il libro riferimento per più di una generazione di sceneggiatori: Il viaggio dell’eroe: la struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e di cinema.
In che modo la maschiosfera si serve del viaggio dell’eroe, e in quali fasi avviene in concreto la radicalizzazione? Come si può fare prevenzione in modo efficace? E che ci fa un gruppo di uomini in un cinema abbandonato in provincia di Taranto?
I contenuti che rendono possibile la radicalizzazione seguono la versione industrializzata e semplificata del viaggio dell'eroe, quella che Hollywood ha reso talmente familiare da sembrare la struttura naturale della realtà, ma che struttura della realtà non è, perché la realtà è ambigua, sfumata, piena di tristezza, di malinconia, di mistero, oltre che di piccole gioie, di tenerezza e di affetto.
Nella realtà, avere un mitragliatore e uccidere i tuoi nemici non ti pacifica il cuore, ma in questa versione del viaggio dell’eroe, sì.
I ragazzi hanno già visto questa storia mille volte, nei film, nei videogiochi, nelle serie, per cui, quando la maschiosfera gliela ripropone con loro come protagonisti, la riconoscono.
Il percorso della radicalizzazione, da un punto di vista narrativo, si divide in 5 fasi:
Fase 1: “Il mondo ordinario è insopportabile”. Il ragazzo che entra in questi ecosistemi non è quasi mai qualcuno con un’ideologia già definita. È qualcuno che si sente invisibile. Che non riesce a fare amicizia, che non capisce come funzionano le relazioni, che ha la sensazione vaga e opprimente di essere un fallito prima ancora di aver iniziato a vivere, e senza sapere perché.
Fase 2: “Ti spiego perché”. Questo è il momento più pericoloso e anche il più seducente. Qualcuno - un canale Telegram, un forum, un video su YouTube - offre finalmente una risposta: ti senti invisibile perché le ragazze vogliono solo ragazzi alti e muscolosi, nessuno ti capisce perché hai capito delle cose del mondo che solo in pochi hanno capito. C’è un sistema progettato per andarti contro. Sei stato ingannato. Il sollievo che produce questa spiegazione è reale. I ragazzi credono a questa spiegazione non perché sono stupidi, ma perché è come se, dopo anni di dolore senza nome, qualcuno finalmente ricevesse una diagnosi.
Questa è la fase in cui entrano la misoginia, le teorie del complotto, la narrativa anti-establishment, l’omofobia, l’antisemitismo, il razzismo. Non come ideologia (ancora), ma come analgesico.
Fase 3: “Non ho altro che voi”. A questo punto, intorno alla spiegazione semplicistica, i ragazzi si imbattono in meme, battute, e pian piano scivolano in quel linguaggio a tratti demenziale compreso solo all’interno del gruppo di cui parlavamo nello scorso episodio. La radicalizzazione online passa dall’umorismo, non dalla dottrina.
Questo non significa che i meme siano di per sé dannosi. Significa che quando l’unica comunità considerata accessibile dal ragazzo in questione è quella online, quando l’unica dimensione di senso è affidata alla condivisione di questo linguaggio “segreto” con persone che stanno di là da uno schermo, il rischio di passare alle fasi successive, aumenta in modo esponenziale.
Fase 4: “La violenza non mi fa più effetto”. Il consumo continuo di contenuti violenti e di contenuti in cui si fa umorismo sulla violenza, produce un effetto che i neuroscienziati chiamano desensibilizzazione: la violenza smette di evocare orrore e comincia a evocare fascinazione.
Pensate che una serie TV feroce come Squid Game è diventata straordinariamente popolare tra i bambini della scuola elementare, e capite che i genitori hanno in questo una responsabilità molto significativa, perché non avviene tutto tra le pieghe dei social, molto succede davanti ai nostri occhi su schermi che spesso sono anche condivisi in famiglia.
Fase 5: “Forse il prescelto sono io”. L’ultimo passo è l’attivazione di un individuo nel contesto di una missione collettiva: qualcuno deve agire. Sarò io. È la logica del martirio, della purificazione, del sacrificio.
Il bisogno di dare un significato alla propria vita è un bisogno profondamente umano. Il fatto che alcuni ragazzi lo trovino qui, e non altrove, è devastante e dice molto della società che abbiamo costruito e dell’orizzonte di senso che diamo non solo alle loro vite, ma anche alle nostre.
Come si fa la prevenzione?
La ricerca sui programmi di prevenzione più efficaci dice una cosa scomoda: non basta smontare le bugie.
Il rapporto dei Servizi Segreti americani sui mass shooters (gli stragisti che sparano nelle scuole) tra il 2016 e il 2020 dice che quasi tutti gli aggressori avevano avuto un’esperienza fortemente traumatica nei 5 anni precedenti all’attacco e che avevano manifestato in qualche modo il loro disagio, come d’altra parte ha fatto il ragazzo di Perugia parlando della sua volontà di compiere una strage.
In altre parole, il dolore viene prima dell’ideologia, non dopo. Questo significa che, quando un ragazzo arriva alla Fase 3 (Non ho altro che voi) o alla Fase 4 (La violenza non mi fa effetto), l’ideologia è già diventata identità, e smontarla diventa molto più difficile.
Il potere delle storie
Se si offre una storia migliore che risponda agli stessi bisogni, però, il percorso di trasformazione diventa molto più accessibile. Le storie che offriamo devono contenere ciò che i ragazzi stanno cercando - appartenenza, riconoscimento del disagio, significato - senza il veleno. Questo significa intervenire nelle Fasi 1 e 2, quando il dolore è ancora senza nome e la spiegazione semplice non è ancora arrivata.
Al momento, abbiamo iniziato da poco a raccontare delle storie migliori relative al maschile nei convegni, nei libri, nelle campagne istituzionali. Ma non sappiamo raccontarle nei luoghi in cui i ragazzi vivono davvero. Preferiamo riferirci a quelli della manosfera come una manica di deficienti, sfigati, senza offrire alcuna alternativa.
I ragazzi quindi hanno il nostro sdegno da una parte, e qualcuno che gli dice “non è colpa tua” dall’altra. Diciamo che gli influencer della maschiosfera li attirano, ma noi pure gli diamo una bella spinta per andare in quella direzione nichilista.
Un cinema abbandonato a Lizzano
Mio padre ha una piccola banda di amici. Si ritrovano in un vecchio cinema di Lizzano, il paese in provincia di Taranto in cui sono cresciuta, uno di quei posti che non proietta più niente da decenni, che ricorda molto il set di “Nuovo Cinema Paradiso”. Hanno allestito una cucina di fortuna. Versano una quota, si organizzano per cucinare, ogni tanto fanno una gita da qualche parte.
Sono persone molto diverse tra loro. Alcuni hanno storie difficili alle spalle - dipendenze, divorzi, periodi di crisi economica, problemi con la legge. Non li unisce un’identità politica o una fede comune e neppure una tifoseria. Li unisce il fatto di avere un posto dove stare, una pentola sul fuoco e degli altri uomini con cui condividere un pasto.
Non chiamano quello che fanno “autocoscienza maschile”. Non usano nessuna delle parole d’ordine che abbiamo imparato - “vulnerabilità”, “elaborazione emotiva”, “comunità di cura”.
Per quanto mi riguarda, il gruppo di amici di mio padre mette in crisi la mia convinzione che gli uomini abbiano bisogno di essere tradotti nel linguaggio della cura per potersi curare. A volte, cucinare una pasta aglio e olio in un contesto igienicamente dubbio, e avere una tavola intorno alla quale riunirsi per chiacchierare può fare molto di più di quanto pensiamo.
Ciò che sta succedendo in quel cinema risponde agli stessi bisogni che la radicalizzazione intercetta - ma al contrario. Dal disagio di partenza, invece che in un luogo virtuale, ci si ritrova in un luogo fisico, e questo è sufficiente a cambiare la dinamica.
In un momento in cui la narrazione del maschile sembra passare unicamente dal solipsismo più selvaggio, forse dovremmo riflettere di più su come riconquistare la partecipazioneba rituali collettivi che possono essere semplici come una pizzata, o una spaghettata.
In fondo, mio padre e i suoi amici stanno solo cenando in un cinema scassato nel Salento. Eppure, ogni volta che ci penso, mi sembra che stiano facendo una delle cose più sovversive che un uomo possa fare oggi: stare bene con gli altri, senza aver bisogno di vincere o di avere ragione.
La prossima settimana sarò alla Fiera del Libro per Bambini di Bologna
Come ogni anno, nel prossimo episodio (che uscirà il 22 aprile) farò un report sulle novità più interessanti (relative ai nostri temi) che trovo in fiera. Se vi interessano i report degli scorsi anni trovate qui quello del 2024 e qui quello del 2025.
Se ci siete anche voi, mi trovate a questo evento organizzato da UN WOMEN:





Lasciami dire SPETTACOLO legare le narrazioni della manosphere al viaggio dell’eroe versione Vogler!! Veramente un’ottima intuizione, sono balzato dalla sedia leggendoti! Grazie