Un disperato bisogno di galanteria
Forse aprire la porta a qualcuno non cambierà il mondo, ma.
“C’era una volta un paese in cui ci si comportava con galanteria. Gli uomini tenevano aperta la porta alle ragazze, le quali accettavano di buon grado gli inviti a cena senza che nulla turbasse il piacere di conversare.”
È così che inizia un libretto molto interessante di Jennifer Tamas, professoressa di Letteratura Francese dell’Ancien Régime alla Rutgers University del New Jersey.
Si può parlare di galanteria senza tirarsi le pietre? Come dovrebbero comportarsi gli uomini? Dovrebbero aprire le porte, offrire le cene… oppure no?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare qualche passo indietro e ricostruire la storia della galanteria, con l’aiuto della professoressa Tamas, e di una serie Netflix che in questo ambito offre degli spunti di riflessione molto interessanti (non è L’amore è cieco).
Se volete capire cosa significa vivere in un mondo senza galanteria, guardate The Great su Netflix. La serie racconta (in modo “occasionalmente vero”, come avvertono i titoli di testa) la storia di Caterina la Grande e di suo marito, Pietro III.
Pietro è l’incarnazione perfetta della brutalità come sistema di governo. Uccide per divertimento, tortura i cortigiani che lo contraddicono, fa sbranare i prigionieri dagli orsi come intrattenimento per la corte. Ordina che tutti vengano torturati - compresa sua moglie - quando sospetta un tradimento. Brucia la scuola per ragazze che Caterina aveva aperto. Tenta di ucciderla facendo sprofondare la sua carrozza in un lago.
La serie è una satira, certo. Ma il ritratto di Pietro è efficace proprio perché ci mostra un mondo dove la possibilità di esercitare violenza impunemente conferisce status, dove il potere si esercita attraverso la sopraffazione, dove cercare di piacere agli altri non è un valore ma una debolezza.
“Pietro vuole uccidere, scopare e mangiare le cose migliori che esistano” dice una recensione dello show “È un libertino edonista che aderisce alle rigide gerarchie tradizionali ed è fatalmente attratto dalle manifestazioni di dominio e violenza”.
Quello che la serie mette in scena, in forma grottesca, è un sistema che per secoli è stato la norma: la brutalità come linguaggio delle relazioni di potere, la violenza come forma di comunicazione tra i sessi.
Caterina la Grande arriva in Russia nel 1744. Ha 15 anni. La serie Netflix racconta in modo molto efficace lo shock culturale che Caterina prova nel vedere la brutalità della corte di Pietro III e nel constatare l’isolamento culturale in cui si trova la corte russa rispetto alle corti europee. Ma perché? Le cose non erano uguali in tutte le corti d’Europa, all’epoca?
La galanteria come rivoluzione
Torniamo indietro di un paio di secoli, alla Francia dell’Ancien Régime. In questo periodo storico, la violenza non è un’eccezione ma il tessuto stesso dell’ordine sociale: uno Stato che detiene il monopolio della forza in modo arbitrario, una giustizia spettacolare fatta di supplizi pubblici, guerre continue, duelli, punizioni corporali e una gerarchia rigidissima in cui la vita vale in base al rango.
Ed è proprio in questo contesto che nasce la galanteria.
L’ideale galante fu elaborato, in Francia, come risposta a questa violenza estrema. Sulla pubblica piazza così come tra le mura della camera da letto, la brutalità era il valore più condiviso. […] Luigi XIV, traumatizzato dalla Fronda*, addomesticò i grandi signori e li trasformò in cortigiani. La galanteria è nata da questa volontà di pacificazione. […] Questo rituale mondano instillò nella corte un “principio di piacere” strutturale. Bisognava piacere agli uomini come alle donne, risultare graditi all’altro come compiacere il re.
Si può ancora essere galanti, Jennifer Tamas, Marietti1820
La “fronda” fu una serie di guerre civili e rivolte che ebbero luogo in Francia tra il 1648 e il 1653, durante la reggenza di Anna d'Austria e del cardinale Giulio Mazzarino, quando Luigi XIV era ancora un bambino. Durante i disordini, il giovane re e sua madre dovettero fuggire da Parigi per mettersi in salvo. Questa esperienza di vulnerabilità e caos, con l'aristocrazia e il Parlamento che sfidavano l'autorità reale, lasciò un'impressione indelebile su di lui.
Per evitare un ritorno a questo caos, una volta salito al trono, Luigi XIV attuò misure drastiche per domare la nobiltà, come costringerla a risiedere nella Reggia di Versailles, e insegnare ai signori che ciò che conferiva status all’interno della corte non era la violenza, ma un modo diverso di convivere che aveva nell’arte del piacere agli altri il suo fulcro.
Questa manovra, che fu dettata dal desiderio di difendere la monarchia assoluta, produsse un effetto collaterale molto interessante. Nel creare uno spazio libero dalla brutalità, le donne riuscirono a trovare modi nuovi di partecipare alla vita di corte e al discorso pubblico: fu proprio la galanteria a consentire loro di essere considerate soggetti, e non oggetti nel confronto con gli uomini.
Oggi abbiamo della galanteria l’idea che sia semplicemente uno strumento per manipolare le donne, mettendole in una posizione subalterna, ma con dolcezza. Ma la galanteria non nasce come un modo per mettere le donne sul piedistallo (e tenerle lì, immobili e decorative), anzi. La galanteria permise alle donne che poterono farla propria di porsi sullo stesso piano dei propri interlocutori, e creò un contesto culturale in cui lo status non era dato dalla capacità di sopraffare, ma da quella di far stare bene gli altri.
L’etimologia stessa della parola rimanda al gioco e al gradimento. “La galanteria è prima di tutto un’arte di piacere,” scrive Tamas. Non piacere nel senso di essere attraenti, ma nel senso di risultare graditi, di cercare attivamente di non essere spiacevoli, violenti, sopraffacenti.
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E quindi, si può ancora essere galanti?
La galanteria non ha nulla a che fare con l’uomo che apre le porte ma si aspetta sottomissione. Perché non è un insieme di vuoti gesti codificati, è un atteggiamento interiore. È chiedersi: sto cercando di risultare gradevole a chi ho davanti? Sto creando uno spazio dove l’altra persona può essere soggetto e non solo oggetto del mio desiderio? Sto usando la delicatezza come strumento o la sto usando come arma per controllare?
Dunque la domanda che dovremmo farci non è se la galanteria sia ancora auspicabile. La domanda è: vogliamo ancora un mondo dove ci sforziamo attivamente di piacerci a vicenda, o preferiamo tornare a un sistema dove vince chi sopraffà meglio?
Come diceva la mia insegnante di danza, “il movente cambia tutto”.
Forse, in un’epoca che sembra celebrare sempre di più la spiacevolezza come autenticità e la sopraffazione come forza, riscoprire il senso originale della galanteria - quello sforzo consapevole di creare relazioni dove nessuno viene schiacciato - non è nostalgia per un passato che non c’è mai stato.
È resistenza.
È dire: no, non voglio un mondo dove l’unico linguaggio disponibile è quello della dominazione. Voglio poter essere delicato senza essere debole, voglio poter cercare di piacere senza dovermi sottomettere, voglio poter costruire relazioni dove ognuno è soggetto della propria vita.
Per inciso, la galanteria ha avuto illustri oppositori nel corso della Storia, tra cui Jean-Jacques Rousseau. Per lui la galanteria era artificio, corruzione, maschera. Un modo falso di regolare i rapporti tra i sessi, una teatralizzazione del desiderio che allontanava l’uomo dalla sua presunta “natura”.
Non è un dettaglio marginale.
Rousseau è uno dei padri del mito della spontaneità come valore morale: l’idea che ciò che è autentico debba essere immediato, non mediato, non filtrato. Che la verità stia nel gesto bruto, nell’impulso non educato, nel dire e fare “come viene”. La galanteria, con le sue regole, i suoi rituali, il suo sforzo consapevole di piacere all’altro, gli sembrava una menzogna.
Eppure è proprio qui il punto.
La galanteria parte da un presupposto radicale e oggi controcorrente: la relazione non è naturale, va costruita. Il desiderio non è innocente, il potere non è neutro, la forza non è mai solo forza. Per questo servono filtri, forme, attenzioni. Non per reprimere, ma per rendere possibile l’incontro.
Oggi viviamo immersi in una cultura che ha fatto della brutalità un valore e della mancanza di mediazione una virtù. “Io sono fatto così” diventa una giustificazione. “Dico quello che penso” un alibi. “Non ho filtri” una medaglia.
Ma un mondo senza filtri non è un mondo più vero. È un mondo più pericoloso.
La galanteria, nella sua incarnazione originaria, è l’esatto contrario dell’ipocrisia: è la consapevolezza che stare in relazione con l’altro richiede lavoro, intenzione, responsabilità. Richiede chiedersi non solo cosa voglio, ma che effetto ho. Non solo come mi sento, ma come faccio sentire.
Per questo oggi abbiamo disperatamente bisogno di galanteria.
Non perché le donne vogliano essere corteggiate come nel Settecento.
Non perché gli uomini debbano tornare a pagare i conti.
Ma perché abbiamo bisogno di un linguaggio alternativo alla sopraffazione.
Abbiamo bisogno di uomini e donne capaci di delicatezza senza umiliazione, di desiderio senza dominio, di forza senza violenza. Abbiamo bisogno di persone che sappiano che cercare di piacere non è una perdita di potere, ma una sua trasformazione.
La galanteria oggi può non essere nostalgia.
Può perfino essere un atto politico.
Si tratta di scegliere, in un’epoca che premia chi urla più forte, di parlare in modo che l’altro possa restare.
Di decidere che la relazione conta più della vittoria.
Di rifiutare la corte di Pietro III (e di prendere solo gli aspetti salvabili di quella di Luigi XIV…) - oggi, ogni giorno, nei piccoli gesti.
E forse, se c’è una cosa davvero rivoluzionaria che possiamo fare oggi, non è essere più duri, più cinici, più aggressivi.
È essere intenzionalmente, ostinatamente, sinceramente galanti.
A giovedì!
Maschi del Futuro sui giornali
Questa settimana il Frankfurter Allgemeine ha pubblicato una mia intervista su Maschi del Futuro, se leggete il tedesco, la trovate qui.
È uscita anche una bellissima intervista di Nina Verdelli su Vanity Fair, la trovate nel numero di questa settimana e qui.
Poi mi trovate anche in Donna Moderna di questa settimana per parlare del progetto di Storie Spaziali per Maschi del Futuro nelle scuole elementari
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Ottima prospettiva. Dovremmo essere più galanti, nel senso più ampio, verso l’altr* in generale. Senza secondi fini se non di vivere più in armonia. E se è semplice capire come un uomo può essere galante verso una donna, come può una donna essere galante verso un uomo? Così, una riflessione a voce alta
Approfondimento interessante.
A mio parere, se gli diamo quel diverso significato esplicitato qui nell'articolo, si alla galenteria di chiunque di ogni genere.
Se invece gli diamo il senso "comune", alla parola galanteria, e quindi intendiamo l'apertura della porta, la cena pagata, le rose, ecc. Allora no alla galanteria, è uno schema antico dove qualcuno 'deve' fare quelle cose in quanto uomo.
E su questo significato comune mi è capitato di leggere in giro diverse contraddizioni anche da chi si definiva pro-parità di genere (e chissà quanti ce ne sono di soggetti del genere). Gente che magari si aspetta dal partner e mette nei 'must' alcune cose... roba che ti fa dire "Mh, bell'ipocrisia sta personcina".
Si dovrebbe pensare tipo le rose, si ok le posso prendere per una ipotetica ragazza con cui sto. Ma lei perché non potrebbe prenderle a me? Solo un esempio veloce.
Questo solo a conclusione del discorso /in aggiunta alla conclusione